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1.
Anthony Mollica: "Monolingualism Can Be Cured"
La frase
di Mollica, usata come slogan in molte scuole del Nord America, è
sintomatica: per un esperto è il monolinguismo, non il plurilinguismo,
che rappresenta una patologia, una menomazione.
Marcel Danesi (1992) individua la matrice della concezione "patologica"
del plurilinguismo in una serie di miti che i profani (spesso dotati di
potere decisionale: genitori, docenti, amministratori scolastici, politici,
giornalisti, ecc.) ritengono verità accertate.
Il primo di questi miti è quello dello "spazio cerebrale":
in questa prospettiva, la mente viene vista come la RAM di un elaboratore
e la lingua è un software che occupa un'enorme quantità
di memoria. Quindi, inserire una seconda lingua, o addirittura più
di una, significa intasare la memoria a detrimento del resto. Si tratta
di un problema privo di qualunque riscontro neurologico e neurolinguistico
in particolare.
Cè
poi il mito evidenziato per cui i profani, divenuti improvvisamente 'ecologi'
della mente, presumono che l'aggiunta di una o più lingue alla
lingua materna presenti il rischio di "inquinare" quest'ultima:
ma i tecnici sanno bene che linterferenza si attua in senso apposto:
dalla lingua materna a quelle acquisite in una fase successiva della maturazione.Cè
poi il mito più duro a sradicare, specie tra parlanti di una lingua
dominante (inglese, ad esempio): secondo i profani, che applicano alla
mente una logica puramente economico-utilitaristica, lo sforzo applicato
ad acquisire nuove lingue va a detrimento della possibilità di
arricchimento della lingua materna. Jim Cummins, che con Marcel Danesi
rappresenta forse la coppia più prestigiosa tra gli studiosi nordamericani
di tematiche legate al bilinguismo, ricorre (1992) ad una metafora per
spiegare come ciò non sia vero.La metafora è quella dell'iceberg,
composto da unenorme massa invisibile collocata sottacqua,
mentre solo una parte emerge sul pelo dellacqua. Liceberg
è la facoltà di linguaggio, la padronanza dei processi che
governano la comprensione e la produzione linguistica, ciò che
emerge è la conoscenza di una data lingua. In un bilingue liceberg
emerge dalla superficie del mare con due spuntoni, uno grande (la lingua
materna) ed uno più piccolo (la lingua 2; si hanno altri blocchi
emergenti se si acquisiscono più lingue: L3, L4, lingue classiche,
ecc.). L'osservatore superficiale vede tante isole di ghiaccio separate
e poiché una, la lingua materna, domina tutte le altre, è
inutile sprecare attenzione per quelle minori.In realtà, l'osservatore
più profondo (che, nella metafora, scende in profondità,
sotto la superficie dell'acqua) nota che quando si vuole aggiungere ghiaccio
ad una qualunque delle lingue, ad un pinnacolo qualunque, si lavora in
realtà molto di più a livello di processi di fondo, cioè
del blocco comune delliceberg, la parte che sottostà ai vari
pinnacoli che emergono. Lavorando alla L2 migliora anche la L1.Fuor di
metafora, questi dati sono confermati da una vastissima letteratura
che va scemando in questi ultimi anni perché ormai non mette più
conto far ricerca per validare unipotesi che in ogni situazione
di ricerca ha ricevuto conferma: lo studio di più lingue aiuta
gli studenti a migliorare la loro lingua materna e, tra l'altro, produce
significativi miglioramenti in altri ambiti disciplinari legati alla semiosi,
dall'espressione grafica o musicale ai linguaggi artificiali matematici
e informatici (Danesi 1986).Il monolinguismo dunque è la situazione
deprivata e per fortuna è curabile (come hanno dimostrato
anche Lambert-Tucker 1972, Fishman 1976, Spolsky-Cooper 1977, Bratt Paulston
1980, Titone 1989 e, quindici anni dopo Balboni 1993 e 1996: quest'ultimo
raccoglie un decennio di riflessione in più situazioni di bilinguismo).
2. Andrée
Tabouret-Keller: la normalità in questo pianeta è il plurilinguismo
La percezione
delleuropeo è che uno stato rilevante nel panorama continentale
debba avere una lingua unica; addirittura, si presume che tale lingua
dovrebbe essere riferita ad un modello unitario, per cui tutto ciò
che non rientra nello standard è genericamente connotato negativamente
come dialetto (nellaccezione inglese), come accento
(nellaccezione francese), come regionalismo' secondo gli italiani.
Il francese di Parigi è il francese, e il francese è la
sola bella lingua della Francia, con buona pace di residuati del passato
come gli occitani, i franco-provenzali, gli alsaziani, i baschi e i bretoni.Esistono,
è vero, degli stati plurilingui, come il Belgio e la Svizzera,
ma sono minutaglie della storia, sono irrilevanti. Anche il fatto che
in alcune aree grandi stati come l'Italia abbiano aree ufficialmente plurilingui
è irrilevanti per la percezione diffusa.
Questa concezione
che pone in equazione stato e lingua è passata di peso alle ex-colonie
di potenze europee. Il Centro e Sud America è compattamente iberico:
una federazione, quella Brasiliana, è identificata dal suo essere
di lingua portoghese, e il Generale San Martin, nel suo tentativo (sostenuto
dagli americani da poco assurti allindipendenza) di unificare il
Sud America, si pone come obiettivo una seconda federazione, quella degli
stati di lingua spagnola, dallArgentina al Cile e su verso Nord
fino a Colombia e Venezuela. Gli Stati Uniti nascono anglofoni: la Costituzione
non prevede una lingua ufficiale perché a fine Settecento risulta
ovvio che linglese rappresenti la condizione necessaria
per entrare nella federazione. Daltra parte, era ovvio
per tutti gli intellettuali europei e americani allinizio dellOttocento
che lItalia dovesse diventare uno stato unitario, perché
aveva una lingua comune (anche se in realtà a momento dellunità
solo il 2,5% della popolazione fuori dalla Toscana parlava litaliano:
la lingua comune era solo a livello di classe colta e dirigente; cfr.
De Mauro 1962).Le cose stanno cambiando in questi anni: ma stanno andando
in due sensi diversi, opposti, per cui è difficile individuare
la tendenza che avremo in atto tra dieci anni.
a. La tendenza
al monolinguismo
Gli Stati Uniti discuteranno tra pochi mesi unemendamento alla Costituzione
che definisce linglese come lingua ufficiale: il che significa smantellare
il sistema di scuole bilingui, voluto strenuamente soprattutto dalla comunità
ispanica, cioè quella comunità che davvero preoccupa lamericano
medio perché, a differenza degli eredi degli schiavi e di quelli
delle immigrazioni succedutesi fino agli anni Sessanta, gli ispanici non
vogliono diventare monolingui in una generazione (il figlio dellimmigrato
di norma veniva invece integrato facendone un madrelingua anglofono).Il
Canada vive una situazione che ufficialmente viene definita di bilinguismo,
ma in realtà è di schizofrenia tra due monolinguismi (un
po come il Belgio in Europa): al di là delle dichiarazioni
ufficiali, il francese non è parlato (e viene visceralmente disprezzato)
da Toronto a Vancouver, mentre in Québec la lingua francese è
stata la bandiera di quel 50% della popolazione che voleva lindipendenza
prendendo come principale giustificazione per un referendum lacerante
proprio la specificità linguistica. Pur essendo la maggioranza
i québéquois che usano strumentalmente anche linglese
quando sono fuori dal Canada, allinterno della loro Provincia attuano
delle forme esasperate di difesa del monolinguismo che risultano
talvolta grottesche: ad esempio, la politica delle insegne dei negozi
ha portato a mostri come i chiens chauds, cioè gli... hot dogs!
b. La tendenza
al plurilinguismo
Il segno massimo in questa direzione lha fornita la storia del Regno
di Spagna dopo il 1974: la politica linguistica orientata verso il monolinguismo
è stata vista come segno caratterizzante del fascismo e quindi
combattuta; alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 il re Juan Carlos ha
stupito tutti iniziando il discorso inaugurale in catalano: questa scelta
voleva avere un significato preciso: la Spagna è uno stato moderno
e ciò è dimostrato dalla sua politica linguistica, oltre
che dalla ricchezza dalla Catalogna, dal coraggio urbanistico nella ristrutturazione
di Barcellona, e così via.La difesa del plurilinguismo è
oggi una posizione politica chiara ed esplicita di una realtà geopolitica
in fermento, lUnione Europea. Il MEC era stata pensato come un realtà
bilingue franco-inglese: linglese poteva essere usato diffusamente
perché la Gran Bretagna era fuori dal mercato comune e quindi il
francese, la maggiore delle lingue dei sei membri nonché
la lingua di Bruxelles, non sentiva minacciato il suo ruolo. Questa forma
di bilinguismo sacrificava almeno tre lingue: italiano, tedesco e neerlandese.La
Gran Bretagna stava nel frattempo attuando una politica di penetrazione
molto attiva: laltro organismo comunitario europeo, il Consiglio
dEuropa (che comprendeva 21 stati contro i 6 del MEC), era in mani
franco-inglesi ma il suo più ambizioso progetto, il Modern Language
Project degli anni Sessanta, sosteneva di fatto linglese, pur pagando
il tributo al francese.Quando il MEC si trasformò in CEE e giunse
a 12 membri iniziò una politica linguistica diversa: il francese
era utilizzato come lingua comune dagli eurocrati e linglese si
era ormai imposto (per effetto della pervasione della cultura e delleconomia
americana, non certo per effetto di quella britannica) come lingua franca
internazionale. Nel 1984 la CEE adotta una direttiva (disattesa oggi,
a dieci anni di distanza, solo da Italia e Grecia) che prevede lofferta
di due lingue comunitarie nella scuola dellobbligo (tranne in Inghilterra
e Irlanda, dove si inserisce almeno una lingua straniera: fatto già
rivoluzionario in paesi la cui lingua è di fatto nota ovunque).
La convinzione (non espressa) di tutti era che una delle due lingue insegnate
dovesse essere linglese; i francesi erano soddisfatti perché
erano certi che la seconda lingua sarebbe stata la loro; i tedeschi tuttavia
hanno posto in atto da allora uneccellente politica di formazione
di docenti stranieri, curata dal Goethe Institut, per cui il tedesco sta
fortemente erodendo la posizione del francese, che perde terreno anche
a favore dello spagnolo e dellitaliano.Alla fine degli anni Ottanta
la CEE lancia una serie di programmi inclusi sotto la sigla Lingua:
i paesi di lingue minori inseriscono una clausola che inglesi
e francesi non possono contestare senza smascherare il loro desiderio
di diarchia linguistica sulla CEE: secondo tale clausola hanno la precedenza
nellaccesso ai fondi Lingua i progetti che riguardano
le lingue meno insegnate (il che significa essenzialmente spagnolo, tedesco
e italiano).Non solo: la seconda azione di Lingua, nota come
Progetto Erasmus, inizia un imponente progetto di mobilità
intraeuropea della futura classe dirigente, che quindi, semestre dopo
semestre, diviene via via più plurilingue. Si tratta probabilmente
della più massiccia azione di politica linguistica in atto nel
mondo odierno. Nascono come conseguenza di questa mobilità e di
altri progetti di scambio scolastico i progetti di insegnamento linguistico
limitato alla comprensione (ciascuno parli la sua lingua e capisca gli
altri), e nascono anche progetti specifici per le lingue romanze, tra
cui uno che inserisce come lingua ufficiale anche il catalano (attualmente
escluso dal novero delle lingue ufficiali dellUE) (sulla situazione
europea si vedano Bureau Lingua 1994 e AA.VV. 1991).Il modello europeo
dunque si caratterizza per due fatti: la tendenza alla pluralità
linguistica, con linglese come lingua franca, e lesclusione
delle lingue extra-comunitarie: arabo, turco, lingue slave
sono parlate da milioni di immigrati ma non sono insegnate nelle scuole
(tranne in presenza di colonie di immigrati e solo come mezzo per lassimilazione;
per un approfondimento delle politiche di integrazione, cfr. passim Bedeschi-Landucci
1995).
3. Imperi
monolingui, imperi plurilingui
Abbiamo citato
alcuni imperi: gli Stati Uniti, forse lunico impero
oggi attivo, lAmerica spagnola e portoghese, il nascente impero
europeo, individuando due tendenze contrastanti. Come si sono regolati
gli imperi del passato almeno quelli di matrice europea
in ordine alla politica linguistica? Erano presenti anche in passato queste
due tendenze? Che esito hanno avuto?Alessandro Magno, il primo grande
imperatore europeo, attua una politica di netto plurilinguismo: di lui
si diceva che era macedone con i macedoni, greco con i greci, parto con
i parti. Non impone una lingua ma una cultura, tantè vero
che alla sua morte tutti e tre i regni risultanti sono accomunati dallellenismo
in campo artistico, sportivo, filosofico ma non linguistico. Daltro
canto, la stessa Grecia elabora in quei tempi una cultura unitaria pur
mantenendo più lingue.Limpero romano, come al sua stessa
capitale, è una realtà plurilingue, unita dal latino lingua
franca (e quanto questa fosse una forma di pidgin Latin è
dimostrato dalla pluralità dei dialetti italiani e dalla nascita
dei volgari). Per i commerci e la carriera politica, amministrativa e
militare è necessario sapere il latino, almeno a livello comunicativo,
mentre per la carriera culturale è previsto un chiaro bilinguismo
latino-greco, essendo questultima la lingua internazionale della
cultura. Nella sua biografia immaginaria di Adriano (limperatore
spagnolo che costruisce il Pantheon, il tempio di tutti gli dei dellimpero),
Marguerite Yourcenar mette in bocca allimperatore della pace una
frase sintomatica di questa dicotomia: Ho governato in latino, ma
ho pensato in greco.Si assiste nel IV secolo allavvento del
secondo impero romano, quello della Chiesa, che immediatamente
riconosce nella pluralità linguistica la maledizione di Babele.
Chissà quali preghiere, e a quali dei, si possono innalzare in
lingue sconosciute... E i grandi imperi cattolici, quello spagnolo, quello
portoghese e quello francese, si caratterizzano per limposizione
(che alla Francia è riuscita bene solo in Québec e in qualche
isola) della propria lingua come unica lingua, sia della classe dirigente
in ambito politico, amministrativo e culturale, sia di quelle sottomesse.Limpero
britannico, dopo un inizio monolingue nel Settecento (di cui sono eredi
gli Stati Uniti), si sposta invece verso il modello dellimpero romano:
pidgin English nei mari, inglese lingua franca nelle colonie. Anche la
Francia adotterà questo modello nel Maghreb, dove larabo
e il berbero verranno accettati come lingue dei sudditi. Si
tratta comunque sempre di un bilinguismo zoppo (come quello attuato oggi
nelle aree slovene del Friuli e della Venezia Giulia): i colonizzatori
parlano la loro lingua, e sono i colonizzati a dover diventare bilingui.Limpero
sovietico presenta una interessante variante dei due modelli suddetti:
nel nome della protezione delle classi povere vengono rispettate, conferendo
loro lo status di lingua ufficiale, decine e decine di lingue locali;
ma proprio attraverso tale pluralità di fatto si impone il russo,
lunica lingua che consente la mobilità e che, come il latino
a Roma, linglese della Regina Vittoria e il francese di Luigi XIV,
permettono di accedere alla fascia dominante in campo politico, amministrativo,
sportivo, culturale, ecc.Gli Stati Uniti, nati da una cultura puritana
che ritiene inferiori quelli che puritani non sono, hanno una politica
diversa: strenuamente monolingui, anglicizzano la valle del Mississippi
acquistata dai francesi, anglicizzano il sud e lovest conquistati
a spagnoli e messicani, anglicizzano le decine di milioni di immigrati:
realizzano un modello detto melting pot, cioè un crogiolo al cui
interno di fondono tutte le componenti, come vedremo meglio nellultimo
paragrafo.
4. Due modelli: il crogiolo e linsalata di riso
Il crogiolo
americano fonde lingue e culture. Proseguendo nella metafora, notiamo
che per attuare la fusione occorre molto combustibile. Da che cosa è
fornito il calor bianco del crogiolo statunitense nellOttocento
e nella prima metà del nostro secolo?Essenzialmente da tre elementi:
- la piena convinzione di essere nel giusto: gli Stati Uniti hanno regalato
al mondo la prima costituzione democratica della modernità, hanno
iniziato la rivoluzione anti-coloniale, praticano la religione vera.
Una delle conseguenze più rilevanti della guerra del Vietnam è
la perdita di tale convinzioni;- una grande forza economica e militare,
che da un lato attrae persone da tutto il mondo pagandone
economicamente la conversione allAmerica, dallaltra impone
la pax americana dove i valori (e gli interessi) americani sono in pericolo.
Ciò è stato vero per quasi due secoli, ma la lotta economia
con Giappone ed Europa, la sconfitta in Vietnam, la vittoria solo apparente
nella guerra del Golfo, conclusasi senza luccisione del cattivo
e con i propri marines condannati a generare figli deformi, hanno minato
alla base la percezione della forza USA: il dibattito di questi giorni
sullinvio delle truppe in Bosnia è stato segnato da una reale,
autentica paura e dalla mancanza di senso di forza;
- netta conseguenza della forza morale ed economica è il coraggio
sfrontato di essere politically incorrect: non si possono fondere milioni
di persone di varie razze provenienti da lingue e culture diversissime,
non si fondono anime e braccia in un complesso unitario se non con la
mancanza di rispetto eletta a sistema; la fusione richiede lenorme
calore del ricatto iniziale: o ti adegui, o torni a casa tua a morire
di fame. LAmerica di oggi è la terra del politically
correct, quindi anche questa condizione è venuta meno.LAmerica
dunque pare non poter più reggere lo sforzo di tenere attivo il
melting pot (per un approfondimento cfr. Tommasi 1995). Il genocidio (o
leutanasia, a seconda del punto di vista) linguistico compiuto per
quasi due secoli in America non può più prodursi, alle condizioni
attuali, essendo venute meno le condizioni. Lunico impero che possiede
le condizioni, lenergia, la forza di cui parlavamo sopra, e che
quindi potrebbe attuare il modello del melting pot, è limpero
virtuale dei mass media e delle grandi reti di comunicazione quali Internet:
la provincia dei mass media pare aver in parte rinunciato al melting pot,
cedendo alla tecnica del doppiaggio nel cinema, e della traduzione in
letteratura e nella pubblicità, mentre la provincia delle autostrade
informatiche, pur vivendo nel più totale caos linguistico, sta
assumendo linglese (nelle sue forme essenziali, semplici, spesso
errate) come lingua franca.Esiste un secondo modello, quello dellinsalata
di riso. La metafora è stata usata dallarcivescovo cattolico-filippino
di Los Angeles durante gli scontri tra negri e asiatici a seguito dellassoluzione
dei poliziotti che avevano ingiustamente picchiato Rodney King.Secondo
questo modello, esiste uno strumento connettivo comune, che nella metafora
è data dal riso bollito e nella realtà linguistica dallinglese:
ma il sapore dellinsalata è garantito dalla presenza di capperi,
olive, tonno, cipolline, cioè di altre lingue-culture. Il riso
da solo è insipido, ma i sapori aggiuntivi devono essere mantenuti
nellambito di una armonica diversità: un eccesso di peperoncino
messicano rovina linsalata di riso.Linsalata di riso pare
essere il modello perseguito dallUnione Europea, come abbiamo visto
sopra.E lONU? La battuta circolante tra gli studiosi di politica
linguistica è: lONU istituisce commissioni per il plurilinguismo
e si batte ufficialmente per il plurilinguismo, lUNESCO fa proclami
e commissioni per il pluriculturalismo, ma in realtà lONU
usa linglese, lUNESCO difende il francese, e prima che se
ne accorgano dovranno imparare entrambi in tedesco.La realtà è
perfino più amara: per mantenere in vita il modello dellinsalata
di riso occorrono persone bilingui, che si creano con scuole bilingui;
mantenere una scuola bilingue richiede fondi e sforzo nel lungo periodo.
LONU non ha fondi (lUNESCO addirittura non ha più il
contributo americano) e non ragiona in termini di lungo periodo, per cui
al di là dei proclami e delle raccomandazioni la politica linguistica
dellONU è inesistente. E poiché solo lONU avrebbe
lo status per imporre la conservazione di quella naturale condizione di
plurilinguismo del pianeta di cui parlava in apertura Andrée Tabouret-Keller,
poiché solo lONU avrebbe la possibilità, per dirla
con Mollica, di curare il monolinguismo, la conseguenza è che la
situazione è fuori controllo. Oggi ciascuna lingua è in
balia al più bieco laissez faire, laissez passer: negli Stati Uniti
un emendamento costituzionale dovrebbe tra poco sanzionare la vittoria
darwiniana del più forte, cioè linglese; in Europa
si sta cucinando uninsalata di riso che darwinianamente esclude
i più deboli: ufficialmente, gli extra-comunitari, ufficiosamente
anche neogreco, danese, neerlandese, svedese, finnico, gaelico; in Russia
il liberalismo totale ha un solo vincitore possibile, la lingua russa;
in Cina i mass media imporranno una o due varietà a scapito delle
400 lingue attuali; nel resto dellAsia e dellAfrica le lingue
scompariranno a migliaia, tra stragi tribali e colonialismo di fatto dei
paesi ricchi; in America Latina si andrà a un bilinguismo tra spagnolo
o portoghese e linglese lingua franca.In tutte queste realtà
lONU non pare aver alcuna possibilità di intervento reale.
Solo limpegno culturale di molti studiosi, come le persone riunite
in questo convegno, può far sì che se la selezione naturale
più spietata deve comunque avvenire, avvenga per morte naturale
o, nel peggiore dei casi, per eutanasia, attraverso una lunga e guidata
fase di plurilinguismo, ma non con la delegittimazione linguistica delle
lingue minori, e quindi dellidentità profonda
di miliardi di persone.
Riferimenti
bibliografici
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