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Emigrazione al femminile: il caso italo-australiano di Camilla Bettoni, Università di Padova ed Antonia Rubino, Università di Sydney, in Dialettologia al femminile, a cura di Gianna Marcato, Cleup, Padova; pp. 501-516, 1995 Atti del Convegno Internazionale di Studi Sappada/Plodn (Belluno), 26-30 giungo 199
1. Introduzione Riguardo al comportamento linguistico delle donne, la letteratura sul bilinguismo in rapido cambiamento rileva risultati apparentemente contrastanti: da una parte, in situazioni di migrazione emerge un atteggiamento conservatore, poiché sembra che le donne meglio degli uomini mantengano la lingua d’origine (cfr. per es. Haugen 1953 per il norvegese negli USA; Clyne 1982, 1991, Pauwels 1987 per diverse lingue in Australia); dall’altra, in comunità bilingui in fase di rapida transizione sociale emerge un atteggiamento innovatore, poiché le donne sembrano più pronte degli uomini a adottare la nuova lingua (cfr. per es. Gal 1979 per il passaggio dall’ungherese al tedesco nel sud-est austriaco; Bull 1991 e Aikio 1992 per quello dal sami al norvegese in alcuni paesini della Norvegia settentrionale; e Berruto 1977 per quello dal dialetto all’italiano a Bergamo). |
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Per quanto riguarda le spiegazioni, la tesi della conservatività è in genere spiegata con la persistenza di una società tradizionale legata a ruoli fissi (cfr. per es. Giacalone Ramat 1979:126), specialmente quello più domestico delle donne, che implica un maggiore isolamento e minori opportunità di mobilità sociale (per es. Pauwels 1987:17); di contro, quella dell’innovatività con un più netto rifiuto da parte delle donne della tradizionale vita di tipo contadino (per es. Gal 1979:167) e con le loro maggiori aspirazioni di ascesa sociale, per sé stesse ma soprattutto per i figli (per es. Bull 1991:13). Questa contraddizione ci mette in guardia sul pericolo di associare univocamente un tipo di atteggiamento a uno dei due sessi (cfr. Trudgill 1983:162, Coates 19932:184), perciò con Romaine (1994:143) riteniamo che “neither women nor men can be described as innovative or consevative per se except relative to a particular change in a given community”.
In questo lavoro ci proponiamo quindi di verificare se e come nel
contesto migratorio italo-australiano tra le donne prevalgano le tendenze
conservatrici, o se invece si possa parlare anche di tendenze innovatrici,
dato che nel passaggio dalla prima alla seconda generazione si verificano
forti cambiamenti di ordine sociale. 2.
Le donne italiane in Australia Durante
il periodo della migrazione di massa in Australia negli anni Cinquanta
e Sessanta le donne italiane erano molto meno numerose degli uomini, ma
oggi i ricongiungimenti familiari hanno ridotto lo squilibrio al 7% (Bureau
1994:9). Allo stesso modo,
anche se generalmente le differenze tra donne e uomini tendono a diminuire
nei gruppi più giovani, ancora adesso le donne sono in media meno istruite
e qualificate degli uomini (Bureau 1994:21, 23);
ne consegue che quelle che lavorano fuori casa sono rappresentate
meno tra i lavoratori specializzati e gli impiegati, e maggiormente tra
gli addetti alle vendite e ai servizi (Bureau 1994:26).
Non sorprende dunque che le donne abbiano una collocazione socio-economica
inferiore con fasce di reddito più basse degli uomini (Panucci & al.
1992:159). Dal punto di vista
sociale, l’alto tasso di endogamia costantemente rilevato in tutta la
comunità italiana continua a essere leggermente più accentuato tra le
donne rispetto agli uomini (Castles & Vasta 1992:114).
Nella storiografia dell’immigrazione australiana, il contributo
dato dalle donne italiane alla comunità e all’intero Paese con il proprio
lavoro dentro e fuori casa è stato a lungo trascurato (Vasta 1992:254).
Solo a partire dagli anni Ottanta troviamo studi accademici e rapporti
governativi specifici sulle loro problematiche, trascrizioni di interviste
che presentano l’esperienza migratoria dal loro punto di vista, o anche
lavori letterari autobiografici (cfr. per es. Andreoni 1983, Kahan-Guidi
& Weiss 1989, Vasta 1985). Le
testimonianze delle donne non lasciano dubbi sul fatto che esse abbiano
subito il peso dell’esperienza migratoria più degli uomini, in primo luogo
perché discriminate doppiamente come immigrate e come donne, e in secondo
luogo perché, a causa del loro ruolo prevalentemente domestico, hanno
subito più acutamente il senso di isolamento e di solitudine di cui soffre
l’emigrato. Tuttavia le donne
italiane hanno dato prova di grande forza e coraggio nell’affrontare queste
difficoltà, sviluppando una vera e propria “cultura della resistenza”,
basata essenzialmente sulla famiglia (Vasta 1992:275-6).
Vero è però che, tra la seconda generazione, le differenze nelle
condizioni di vita tra donne e uomini tendono a indebolirsi, grazie soprattutto
al fatto che il livello di istruzione e di inserimento nella vita lavorativa
è cresciuto per le donne, modificando il ruolo prettamente domestico che
caratterizza la vita delle loro madri. 3.
I dati linguistici Le
analisi qui riportate non sono state condotte per rilevare differenze
tra donne e uomini, e risultano perciò in diversi modi lacunose a questo
preciso scopo. Tuttavia riprendiamo
i dati attualmente disponibili, raggruppandoli sotto varie testate separate
ma non disgiunte: l’uso delle
lingue del contatto, le forme nuove che acquisiscono, e gli atteggiamenti
che suscitano. 3.1.
Il comportamento linguistico dichiarato 3.1.1.
I dati censuari A
livello macrosociolinguistico, dagli ultimi due censimenti australiani
risulta che in Australia le donne italiane mantengono le lingue d’origine
meglio degli uomini. La Tabella
1 (estrapolata da Clyne 1991:73, Bureau 1994:47) mostra come la differenza
nei tassi di shift tra i due
sessi (i) si verifichi in tutte e due le generazioni, ma (ii) sia minore
tra la seconda[1]. Tabella
1. Shift
verso l’inglese1
Per quanto riguarda la competenza dell’inglese della prima generazione
(cfr. Tabella 2, estrapolata da Bureau 1994:37), se guardiamo alle percentuali
totali, gli uomini ne dichiarano sempre una più alta rispetto alle donne. Tuttavia la discrepanza è piuttosto ridotta nelle categorie
di “ottima” e “buona” competenza tra la popolazione più giovane, mentre
aumenta notevolmente nelle categorie “nulla” e “scarsa” e tra la popolazione
più anziana. Quindi la minore
competenza di inglese delle donne immigrate in Australia negli anni Cinquanta
e Sessanta viene rapidamente compensata già all’interno della prima generazione
stessa. Tabella 2. Differenza di competenza dell’inglese delle
donne di prima generazione rispetto agli uomini, 1991
3.1.2.
I dati dei domini Se
i dati dei censimenti risultano utili per un primo quadro generale, nulla
ci dicono sulla maggiore o minore resistenza dell’italiano e del dialetto,
né sull’uso di ciascuna lingua –italiano, dialetto e inglese– a livello
di comunità. Una ricerca
condotta a Sydney (Rubino & Bettoni 1991, Bettoni & Rubino 1995,
in preparazione) tra 202 soggetti di origine siciliana e veneta individua
l’ambito d’uso delle tre lingue secondo precisi parametri demografici,
situazionali e culturali. Da
questa si rileva che, come in molte altre comunità d’immigrati, la variabile
di maggiore incisività per la scelta della lingua è la generazione, sia
del soggetto, sia dell’interlocutore.
Tuttavia, in misura più limitata, anche il sesso è emerso come
un fattore significativo.
Innanzi tutto, i nostri risultati confermano i dati censuari, nel
senso che tra le donne lo shift
verso l’inglese è minore rispetto agli uomini (cfr. Grafico 1).
E’ importante però notare che questa tendenza generale si articola
diversamente nei vari domini. Le
donne usano molto meno inglese degli uomini nel parlare con se stesse,
in famiglia, e nelle transazioni con i negozianti e i professionisti italiani
–e cioè nei domini più etnicamente italo-australiani,
sia quelli di natura più privata in cui la scelta linguistica è più libera,
sia in quelli di natura più pubblica dove le costrizioni del contesto
sono più acute. Lo scarto
tra i due sessi quasi si annulla con gli amici e gli estranei, mentre
riprende in senso inverso al lavoro, a scuola e in chiesa –e cioè nei
domini maggiormente integrati nella società australiana, in cui invece
sono le donne a usare più inglese.
In questo modo, le donne mostrano una sensibilità sociolinguistica
diversa dagli uomini per le norme diglossiche che regolano il confine
sia tra il privato e il pubblico, sia tra l’etnico e l’australiano. Grafico
1. Confronto tra donne e uomini nell’uso dell’inglese nei vari domini[2]
Per quanto riguarda l’uso del dialetto con
un interlocutore corregionale (cfr. Grafico 2), nelle situazioni più pubbliche,
come nelle transazioni, al lavoro e a scuola, o in chiesa, le donne usano
molto meno dialetto degli uomini, e preferiscono usare l’italiano, come
vedremo più avanti. Di contro,
esse usano più dialetto nel parlare con se stesse ma soprattutto in famiglia,
e cioè nei domini più privati e in cui gli uomini tendono a usare più
inglese. Grafico
2. Confronto tra donne e uomini nell’uso del dialetto nei vari domini
Se consideriamo l’uso dell’italiano (cfr. Grafico 3), con l’interlocutore
corregionale in un dominio pubblico, le donne tendono a usare l’italiano
più degli uomini, mentre lo usano in misura simile con gli amici corregionali,
in famiglia e con se stesse. Con
l’interlocutore non corregionale la divergenza tra i sessi diminuisce
poiché manca la possibilità di usare il dialetto;
tuttavia anche qui si nota un uso maggiore dell’italiano da parte
delle donne nei domini più pubblici, con i negozianti, i professionisti
e gli estranei. Grafico
3. Confronto tra donne e uomini nell’uso dell’italiano nei vari domini[3]
Nell’ambito della famiglia, il dominio che per importanza è stato
esplorato più degli altri, rileviamo altre tendenze di particolare interesse
(Grafico 4). La differenza nel comportamento linguistico di donne e uomini
in famiglia si verifica (i) essenziamente tra la prima generazione, dove
notiamo più dialetto e meno inglese da parte delle donne; e (ii) con gli interlocutori più giovani, poiché notiamo che
le donne di prima generazione usano molto più dialetto e meno inglese
degli uomini. Grafico
4. Confronto tra donne e uomini nell’uso delle tre lingue in famiglia
secondo la generazione dei soggetti (1a e 2a) e quella degli interlocutori
rispetto ai soggetti (più vecchia e più giovane)
Insomma, come nei censimenti nazionali così anche a livello di
comunità è possibile identificare tra le donne, soprattutto di prima generazione,
una tendenza più conservatrice che tra gli uomini, sia perché usano meno
inglese in casa, sia perché usano più dialetto con gli interlocutori più
giovani, confermandosi così come le ‘custodi’ della lingua, specie in
un’ottica intergenerazionale. Inoltre,
a livello di domini, le donne sembrano maggiormente suscettibili degli
uomini alle caratteristiche del contesto:
in primo luogo, marcano meglio i confini diglossici tra italiano
e dialetto scegliendo l’italiano invece del dialetto con l’interlocutore
corregionale in alcuni domini più etnici pubblici e formali;
in secondo luogo, optano più facilmente per l’inglese nei domini
meno etnici. 3.2.
Il comportamento linguistico effettivo Se
le indagini citate finora utilizzano dati raccolti tramite questionario,
e quindi riguardano le autovalutazioni dichiarate dai soggetti, queste
che seguono analizzano dati raccolti con il registratore durante interviste
formali o conversazioni spontanee, e quindi interessano il comportamento
linguistico effettivo. 3.2.1.
I dati delle interviste Un
uso ridotto della vecchia lingua in Australia rispetto all’Italia –da
parte di un minore numero di persone, in un minore numero di situazioni,
e entro queste spesso alternato all’inglese–
non può non aver ripercussioni anche formali.
Due sono sostanzialmente i modi in cui la vecchia lingua evolve:
(i) già con la prima generazione si mescola con l’inglese e ne
subisce l’interferenza, (ii) poi con la seconda subisce anche un processo
di erosione. Riguardo a tutti
e due questi cambiamenti, è importante sottolineare che utilizziamo dati
solo sull’italiano –e non sul dialetto–, che nell’un caso provengono dalle
interviste di 47 soggetti arrivati –essi stessi o i loro genitori– nel Nord Queensland tropicale dall’Italia settentrionale in
vari momenti dal 1925 in poi (cfr. Bettoni 1981), nell’altro da quelle
di 12 soggetti di origine veneta nati a Sydney tra la fine degli anni
Cinquanta e l’inizio degli anni Settanta (cfr. Bettoni 1986, 1991a, 1991b). L’anglicizzazione
dell’italiano. Dal punto
di vista strutturale, qualsiasi elemento di una lingua –una parola, un
fonema, una costruzione sintattica, una regola pragmatica, ecc.–
può essere trasferito in un’altra lingua sostituendone quello originario.
Tuttavia, la forza dell’incontro-scontro con il nuovo contesto
culturale si rivela pienamente nell’acquisizione di innumerevoli prestiti
lessicali, soprattutto le ubique interiezioni inglesi che costellano il
discorso italiano (1)[4],
e i numerosi nomi (2)-(4), sia quelli che denotano la realtà nuova (2),
sia quelli che si sanno ancora benissimo in italiano (3), sia quelli bene
integrati nel sistema fonico italiano (2)-(3), sia quelli che vengono
lasciati tali e quali (4): (1)
yeah, per quelo sì,
ma sa per quei ani lì non si va in giro you
know, neanche non c’è la posibilità di andare in giro, eih? (2)
il figlio più giovane è sula farma,
l’è padrone dela farma lui
adeso (3)
perché guardi che da Marostica a Basano io che andavo col baiche alora, tanti ani fa, e andavo in bicicleta nel cinquanta::
uno cinquantadue, potevo contarle sule punte dele mie dita le case lungo
la strada (4)
hano domandato qua al governo un increase
sul prezo, ma fino adeso non hano dato niente, no? Costano quindici dolari
al tonne per farla crescere
la cana, no? Quelo l’è al
tonne di cana, no, non di
sugar, niente no. Ebbene,
per quanto riguarda l’anglicizzazione del lessico –soprattutto interiezioni
e nomi, ma anche alcuni verbi, aggettivi e avverbi–, la Tabella 3 (ricalcolata
da Bettoni 1981:115-116) non rileva differenze significative tra donne
e uomini, né tra la prima né tra la seconda generazione. Tabella
3. Parole inglesi nelle interviste in italiano del North Queensland
L’erosione
dell’italiano. L’altra faccia
dell’uso frequente, spesso compensatorio, dell’inglese da parte della
seconda generazione è il progressivo indebolimento della lingua originaria.
Tra i fenomeni formali più vistosi di questo processo troviamo
(i) una sempre più scarsa emissione interrotta da sempre più numerosi
fenomeni esitativi, (ii) una maggiore interferenza compensatoria da parte
delle altre due lingue disponibili, e cioè l’inglese e il dialetto, (iii)
una più ridotta morfologizzazione, e (iv) una sempre più decisa preferenza
per brevi frasi slegate. La Tabella 4 (ricavata da Bettoni 1986) mostra chiaramente
che le donne di seconda generazione parlano più a lungo e meno stentatamente
degli uomini, inseriscono nel discorso italiano meno parole inglesi[5]
e dialettali, concordano più spesso canonicamente l’aggettivo con il nome
cui si riferisce, usano più frequentemente la subordinazione –insomma,
mantengono l’italiano meglio degli uomini. Tabella
4. Fenomeni di indebolimento
dell’italiano tra la seconda generazione
3.2.2.
I dati etnografici
Uno studio di Rubino (1991, 1992, 1993) analizza l’uso e il contatto tra
dialetto, italiano e inglese servendosi dell’osservazione partecipante
e di dati conversazionali registrati in una tipica famiglia siciliana,
composta dai genitori migrati a Sydney a 14 anni dallo stesso paese (Anna,
la madre casalinga, e Carlo, il padre pescatore), e da due figli, Rino
e Giorgio, rispettivamente di 12 e 9 anni.
Il corpus presenta un’ampia gamma di situazioni, ma qui ci soffermiamo
sul comportamento della madre quando si rivolge ai figli.
Riguardo alla scelta linguistica a livello di clausola, la Tabella
5 (ricavata da Rubino 1993:181-182) mostra come il siciliano sia la lingua
che la madre usa maggiormente, seguita dall’inglese e infine –a grande
distanza– dall’italiano. E’
da notare però la percentuale notevole di clausole che presenta trasferenza
lessicale –perlopiù siciliano interferito con l’inglese (5)– o mixing[6]
–tra italiano e siciliano prima (6) e poi siciliano e l’inglese (7). Tabella
5. Scelta di lingua nelle
clausole rivolte dalla madre ai bambini
(5)
iddu ancora è è: baby
(6)
ma non è non è bbuono (gh)iri
iddu cu vuoiatri picchì vuoiatri
siti ranni (7)
com’a -chidda dda u square one Ma
il contatto tra le lingue si verifica anche tra clausole:
infatti, nel 60% circa dei casi, troviamo commutazione di lingua
nel passaggio da una clausola all’altra.
La Tabella 6 e il frammento (8) mostrano come le lingue maggiormente
a contatto nel discorso della madre siano il siciliano e l’inglese. Tabella
6. Commutazione di codice tra clausole nel discorso della madre
ai bambini
(8)
[Anna, Giorgio e Rino tentano di aggiustare una radio]
G:
let’s see uh what kind of
battery? A:
com’a -chidda dda u square
one, di com’a-cchidda chi cci avi u nonnu ,that’s the chargeable one R:
the one that we got for our
radios A:
[ssu-rradio u sa quant’esti? twenty
one years old! Dunque
il siciliano è la lingua maggiormente usata dalla madre nella conversazione
domestica con i figli. Tuttavia,
anche l’inglese ha un ruolo importante, sia perché a livello di clausola
è la seconda lingua usata, sia perché è spesso presente all’interno della
clausola di base siciliana.
Questo studio ha inoltre rivelato che il siciliano è generalmente
usato dalla madre (i) soprattutto
quando è lei che inizia il discorso;
(ii) quando l’argomento è di natura prettamente domestica e di
routine; e (iii) quando sono
presenti i nonni. Di contro,
l’uso dell’inglese aumenta in risposta all’uso dell’inglese dei figli,
soprattutto quando l’argomento o l’attività in corso si riferiscono al
mondo scolastico o agli interessi specifici dei figli.
Sebbene l’analisi quantitativa sia stata effettuata solo sulla
lingua della madre, l’osservazione partecipante e i dati disponibili rilevano
una diversità nel comportamento del padre, che parlando con i figli tende
a usare l’inglese più spesso della madre.
Una spia di questa differenza emerge in (9), dove alla domanda
di chiarificazione di Rino, Anna risponde inizialmente in siciliano e
solo successivamente in inglese, mentre Carlo utilizza subito l’inglese: (9)
[Carlo sta parlando della zia Gianna;
è presente anche la ricercatrice, Nina]
C:
non c’è piaciuto e se n’è andata là a fare il lavoro Gianna
A:
eh
C:
e ha fatto il switchboard
operator
N: oh
right
R:
switchboard?
C:
yeh
A:
ca ci telefonava parlavanu
i telefonate e lei
(...)
C:
[eh pressing
R:
switching?
C:
[yeh that’s what she is
zia Gianna switchboard operator
R:
she isn’t now
A:
no no more
C:
[no not now no more but that’s
what she is
R:
i didn’t even know
C:
yeh
Insomma, questo studio conferma i dati dei questionari, e cioè
che nel dominio domestico (i) il dialetto è la lingua più usata, seguita
dall’inglese, mentre l’italiano vi ha un ruolo molto ridotto;
e (ii) le donne usano più dialetto e meno inglese degli uomini,
particolarmente con gli interlocutori più giovani.
Allo stesso tempo però rivela che la madre, pur scegliendo di preferenza
il dialetto, spesso si trova a usare l’inglese per adeguarsi alla scelta
dei figli. 3.3.
Gli atteggiamenti linguistici Una
dimensione sociolinguisticamente importante per capire la dinamica del
contatto è quella degli atteggiamenti che la comunità nutre nei confronti
delle sue lingue. 3.3.1.
I giudizi elicitati Un
esperimento di matched guise condotto da Bettoni & Gibbons (1988, 1990), volendo
conoscere i giudizi sulle lingue effettivamente usate dalla comunità italo-australiana,
ha fatto ascoltare a 144 soggetti di prima e seconda generazione a Sydney,
oltre alle tre voci ‘pure’ –italiano, dialetto e inglese–, anche due misture:
l’una ‘leggera’ con qualche prestito inglese ben integrato nella
base italiana, l’altra ‘pesante’ con parecchie interferenze inglesi non
integrate nella base dialettale.
I soggetti hanno poi dato il loro giudizio sulle voci guidati da
una serie polare di aggettivi, indicanti caratteristiche ‘oggettive’ di
potere (per es. ricco-povero), o ‘soggettive’ di solidarietà (per es.
simpatico-antipatico).
Fra i risultati ne isoliamo qui due:
(i) riguardo a tutti e due i fattori –potere e solidarietà–, i
soggetti nel loro insieme giudicano positivamente l’italiano e l’inglese,
danno giudizi relativamente neutri sul dialetto e sulle misture leggere,
e decisamente negativi su quelle pesanti.
Questo sorprende, perché se si può pensare che la comunità italiana
giudichi più ricco e colto chi parla l’italiano o l’inglese puri, non
ci si aspettava che giudicasse meno simpatico e meno amico chi parla il
dialetto e le misture, e cioè proprio la gente della comunità.
Evidentemente questa ha nei confronti delle proprie lingue un doppio
atteggiamento purista: l’uno
vecchio portato dall’Italia e ereditato dal terrorismo antidialettale
della scuola; l’altro nuovo
elaborato in Australia intollerante di ogni interferenza inglese. (ii) Per quanto riguarda la variabilità degli atteggiamenti
dei sottoinsiemi di soggetti, mentre l’esperimento rileva differenze significative
tra le due generazioni (prima e seconda), tra la provenienza regionale
(veneta e siciliana) e la classe socioeconomica, non ne rivela nessuna
tra i due sessi. Quindi per
quanto ci interessa più direttamente qui, donne e uomini sembrano avere
atteggiamenti simili nei confronti delle proprie lingue. 3.3.2.
I commenti spontanei Diversi
invece sono i commenti espliciti delle donne e degli uomini dello studio
di Sydney durante le interviste.
Sia tra la prima generazione sia tra la seconda, mentre gli uomini
non si trattengono a lungo a parlare della lingua, le donne elaborano
maggiormente le risposte. Ne
danno un’idea, il frammento (10) di prima generazione, e quello (11) di
seconda, in cui è evidente non solo la preoccupazione di trasmettere ai
figli la lingua originaria, ma anche la convinzione che questa debba essere
l’italiano e non il dialetto. Senonchè,
tutte e due queste madri devono poi ammettere la sconfitta poiché, per
quanto riguarda l’inglese, sono impotenti contro le forze dello shift
ambientale, e per quanto riguarda il versante etnico, sono loro le prime
a dare il ‘cattivo’ esempio usando di preferenza il dialetto. (10) I:
cosa parlate, a casa che lingua parlate? S:
e un poco di tuto, tuto mischiato, e un poco italiano un poco inglese
un poco dialeto eh: tuto mischiato così, bisognerebe parlare l’italiano
per far prendere l’italiano ai figli, e loro ti rispondono in inglese,
e così:: I:
e lo parlano abbastanza però l’italiano S:
eh, non tanto, sa? non tanto lo parlano, abiamo cercato di mandarli
anche a scuola ma non han imparato propio niente, masima a scrivere poi
niente niente, e cosa vuol fare, deso c’ho il secondo che sembra che studia
a scuola I:
chi Luigino? S:
sì sì I:
eh, ma anche il primo parla bene S:
il più vechio sì, e il terzo no vero? e sarebe il secondo sarebe
[ride] I:
no no, ma se la cavano tutti a parlare S:
sì: I:
e lei cosa parla, in veneto con suo marito di solito? S:
eco sì, quasi sempre in veneto yeah I:
sì? S:
hu hu, qualche volta parlo anche anche l’italiano, ma non sempre,
insoma eco perché spontaneo viene da parlare il veneto, c’è poco da dire
eh I:
lei l’italiano l’ha mantenuto molto bene S:
eh insoma I:
e i ragazzi parlano più in dialetto? S:
e parlano di più il dialeto che l’italiano, yeah
hu, tante volte cerco di dire, eh, parlate italiano ma parlo anch’io in
dialeto, e alora dopo non poso neanche I:
certo S:
bisognerebe parlare sempre l’italiano in modo de I:
vabbè S:
ma si fa fatica I:
certo S:
yeah si fa fatica (11) I:
senta, lei qui in casa con suo marito parla inglese, no? S:
sì I:
e l’italiano dov’è che lo parla di solito? S:
coi bambini [ride] yeah I:
ah sì? S:
oh:: con il primo, gli parlavo ah: trovavo che l’inglese era tropo
fredo a parlare con un, quand’era picolo, con un picolo, lora gli parlavo
sempre in italiano, e:: capiva più l’italiano che l’inglese ma poi quando
ha cominciato a parlare lui perché sentiva solo conversazione in inglese,
lui ha cominciato a parlare inglese e poi ha dimenticato l’italiano subito,
e adeso, parla un pho’ di
nuovo perché sente i noni che parlano I:
i nonni? S:
e no i m miei, i m, dela mia parte perché a:: biamo abitato lì
per quatro mesi, e così aveva la bisnona che parlava solo italiano, e
lora ha imparato, un po’, adeso anche con questo picolo che c’ho adeso,
gli parlo sempre italiano I:
hm S:
ah: in fuori che se non so una parola [ride], la dico in inglese,
e credo che sarano molte le parole ma anyway I:
ah::: e lui capisce tute le, italiano, e:: ma cre- credo che: gli
sucede, credo che sucede l’uguale anche lui che quando ncomincia parlare,
parlerà inglese, e alora dimenticherà l’italiano, lo steso ma, fratempo
il il più grande ha imparato qualche parola perché mi sente, sente che
io gli parlo al picolo in italiano, alora lui mi domanda come si dice
questo o come si dice quelo, ma non, non che parla più de, che frase,
il più grande solo, ah::: non tocare o non fare, ah roba così S:
e lei con i suoi genitori come parla, in italiano? I:
ah: oh diphende ah::
con con la mama credo che parlo più n inglese, perché lei parla inglese
più, più meglio del papà, ma con mio phadre
credo pharlo più italiano
che inglese non, non prendo molta nota ah: forse, comincio parlare in
taliano dopo non so più come dire finisco in inglese S:
sì? I:
ah: o se siamo in thuti
forse, o ci sono thante eh
ist- ah:: instanze no? instances?
diverse, perché se c’è mio marito lì parliamo inglese, dipende insoma 4.
Conclusione Come
in molte altre situazioni di migrazione, le donne italo-australiane sembrano
più conservatrici degli uomini sotto vari aspetti:
riguardo all’uso delle loro tre lingue, soprattutto tra la prima
generazione, usano più dialetto e meno inglese in casa;
e riguardo alla competenza, le donne di prima generazione imparano
l’inglese più tardi degli uomini.
Questa conservatività può essere spiegata in parte con le diverse
condizioni di vita, più casalinghe quelle delle donne, più fuori casa
quelle degli uomini, e in parte con il più alto tasso di esogamia degli
uomini, che userebbero più inglese a causa della moglie non italiana.
Un terzo elemento conservatore è il più saldo mantenimento dei
confini diglossici, che porta le donne a scegliere più italiano degli
uomini con l’interlocutore corregionale nei domini etnici più pubblici
e formali, e più inglese nei domini meno etnici.
Questo comportamento si può spiegare con una maggiore attenzione
da parte delle donne alle caratteristiche del contesto. Tuttavia, potremmo considerare innovatore il fatto che, riguardo alla competenza, le donne di seconda generazione rispetto agli uomini mantengano meglio l’italiano, e che in prospettiva intergenerazionale dichiarino apertamente l’aspirazione a trasmettere ai figli l’italiano piuttosto del dialetto. Vero è però che, nella particolare situazione australiana, sotto la pressione dello shift verso l’inglese, competenza e aspirazione soltanto non sembrano condizioni sufficienti per trasformarsi in uso effettivo della più prestigiosa lingua originaria.
Note [1] A dire il vero i dati della seconda generazione non sono direttamente paragonabili nei due censimenti, poiché per il 1986 riguardano solo chi ha tutti e due i genitori nati in Italia, mentre per il 1991 vengono considerati insieme chi ha tutti e due i genitori italiani e chi ne ha uno solo. [2]
Le due linee entro uno stesso dominio si riferiscono a interlocutori
della stessa e di diversa origine regionale rispetto ai soggetti. [3]
Le due linee entro uno stesso dominio si riferiscono a interlocutori
della stessa e di diversa origine regionale rispetto ai soggetti. I valori più bassi sono quelli relativi all’interlocutore corregionale,
e quelli più alti all’interlocutore di diversa origine regionale. [4] Nei frammenti riportati qui e più avanti, l’italiano è in grafia corrente, il dialetto –veneto o siciliano– in corsivo e l’inglese in maiuscoletto. Inoltre, : :: ::: segnano l’allungamento, [ la sovrapposizione di battute, e - il latching. [5] A proposito dell’inglese, dobbiamo però spiegare la contraddizione tra i dati del Nord Queensland della Tabella 3 e questi di Sydney della Tabella 4, poiché là risultava che l’anglicizzazione lessicale non dava differenze tra donne e uomini di seconda generazione, mentre qui sì. La spiegazione può essere di due tipi: (i) la natura del campione, che là comprendeva una seconda generazione generalmente più vecchia e più conservatrice con competenza linguistica italiana decisamente meno indebolita rispetto a quella di Sydney; e (ii) la natura dell’analisi, che là includeva solo l’interferenza lessicale, escludendo quindi quella multipla, mentre qui include tutte le parole inglesi riscontrate separate o insieme. [6] Nei casi di mixing non è possibile identificare la lingua base della clausola.
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