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II. Tra il
17 e il 24 marzo 1989 si dipana sulla colonne della «Stampa»
lultima polemica giornalistica di Leonardo Sciascia. Ne è
occasione il libro di Luciano Canfora, Togliatti e i dilemmi della politica,
pubblicato qualche settimana prima da Laterza; tema del libro di Canfora
è, in senso piuttosto lato, lanalisi di alcuni snodi cruciali
della politica togliattiana, alla luce di una vera o presunta storicizzazione
del contesto, e cioè: a dire di Canfora certi «comportamenti
[...] presi per sé e trasferiti in un regime di normalità,
non sarebbero che indifendibili prevaricazioni o meglio veri e propri
crimini»; ma se si svolgono allinterno di eventi di «epocale
rilievo» quali la «Rivoluzione francese o la Rivoluzione dottobre»,
quelle «prevaricazioni» e quei «crimini» cessano
di essere tali e assumono diversa natura. E dunque: «Il problema
che mi piace affrontare nelle pagine che seguono è se lopera
politica di Palmiro Togliatti da lui svolta quando, esule a Mosca, fu
al vertice del Komintern, abbia anchessa il diritto di essere giudicata
alla luce del pertinente criterio storicistico di cui si è ora
discorso». Questo potè leggere Sciascia alle pagine 6-7 del
libro di Canfora. E ce ne sarebbe già abbastanza per comprenderne
lintervento, dato che si tratta di temi sui quali la sensibilità
di Sciascia era diventata nel tempo particolarmente acuta (la storia del
comunismo; le dinamiche di azione dellindividuo allinterno
di grandi organizzazioni ecclesiali: la Chiesa, i partiti,
il Partito Comunista; la morale e la politica), se, per esplicita dichiarazione,
il movente della recensione non fosse ciò che Canfora relega in
appendice, in posizione di documento aggiunto, quasi divagante e stravagante.
E si tratta delle famose lettere che con il nome di Ruggero Grieco raggiunsero
in carcere Terracini, Scoccimarro e Gramsci. Famose, o famigerate, già
a partire dal momento della scoperta, ma ancor più famose e più
famigerate dopo la polemica in questione. Ma andiamo, per ordine, ai fatti.
Nellaprile del 1928 tre esponenti di primo piano del Partito Comunista
dItalia, Terracini, Scoccimarro e Gramsci, coimputati nello storico
processo allesecutivo comunista, ricevono in carcere, fra le altre,
delle strane missive (cfr. APPENDICE I). La firma che le lettere
recano in calce è quella di Ruggero Grieco, coimputato egli pure
nel medesimo processo ma contumace allestero. A Mosca, Hôtel
Lux, stanza n. 8, dicono le lettere, declinando la residenza; e inviate
effettivamente da Mosca, ma scritte in Svizzera, da Basilea, per lesattezza,
ove Grieco si trovava per il II congresso del PcdI, secondo Paolo
Spriano; al quale va ascritto tutto il merito della scoperta delle lettere,
avvenuta nel 1968 allinterno di un faldone dellOvra conservato
allArchivio di Stato di Roma. Sono, quelle scoperte da Spriano,
delle lettere che molte ombre gettano sui rapporti tra i vertici del Partito
Comunista e i tre massimi imputati Gramsci, Scoccimarro, Terracini, eppure
nessuno, anche tra gli storici comunisti, aveva mai dubitato della paternità.
Al più si era discusso del movente, come già lo stesso Spriano,
secondo il quale «esse riflettono il nervosismo e le preoccupazioni
del gruppo dirigente italiano»[3] nel particolare
frangente che precede il processo; e soprattutto si era discusso se le
lettere fossero dovute allesclusiva iniziativa di Grieco o se un
qualche ruolo vi avesse svolto Togliatti. Le lettere sono ambigue. Dicono
di non voler dire, ma dicono. Dicono di scrivere solo per provare a stabilire
un contatto, ma chi scrive è persona che ha dellattività
clandestina esperienza tale da ben conoscere come e quando i contatti
vadano stabiliti. E dicono cose che Gramsci, Terracini e Scoccimarro mettono,
pur dallisolamento del carcere, al centro del movimento comunista
planetario, dalla Russia, alla Francia, alla Germania, allInghilterra,
alla Cina, con un dispiegamento di informazioni e di analisi che ribadisce
lalto livello gerarchico degli imputati e conferma i loro rapporti
con i latitanti allestero, in un momento particolarmente delicato,
essendosi appena conclusa listruttoria del processo e tutto essendo
ormai pronto per il giudizio. Non è questione di piccolo conto.
Interrogandosi sulla ragione dellinvio, Spriano ne sostiene limprudenza,
la leggerezza da parte di Grieco, labbandono ad un impulso dellattimo;
un «desiderio [...] di contatto che per le vicissitudini della repressione
anticomunista del 1927 - violentissima - era andato perduto»[4].
Un atto sentimentale, diremmo quasi; ma inescusabile, o scusabile a fatica,
in un uomo che della contumacia conosceva regole e meccanismi, e della
comunicazione allinterno delle carceri possedeva già buona
esperienza personale. Colpa lieve, dunque, senza inganni né machiavellerie,
secondo gli amici o gli storici di partito. Dolo e dunque
tradimento o qualcosa di indefinibilmente contorto, in obbedienza ad un
uso spregiudicatissimo della morale, secondo gli altri. Né luno
né altro secondo Canfora. Quelle lettere non contengono colpa di
Grieco, né grave né lieve. Per la buona ragione che non
di lettere autografe si tratta ma di lettere false, confezionate dallOvra,
come centinaia ne esistono, e dallOvra inviate ai tre imputati nelle
carceri rispettive. O meglio: delle lettere sarebbero state effettivamente
scritte da Ruggero Grieco (che più tardi interpellato non smentisce,
anzi irritato conferma), ma sarebbero state intercettate e sostituite
dagli agenti dellOvra. Le prove che Canfora reca per tentare di
dimostrare lapocrifia di quelle lettere, e di quella inviata a Gramsci
in particolare, sono di tipo essenzialmente filologico: la «grafia
erronea» del nome di Trockij, che in tutte e tre le lettere è
«Troski»; «la insensatezza di varie espressioni e giudizi»;
vari «errori di ortografia»; «una correzione che introduce
un errore»; la grafia con cui la lettera è scritta; la firma
«Ruggero» laddove il contumace sempre si firmava con lo pseudonimo
di «Garlandi»[5]. Unaura di sospetto
è generata, secondo Canfora, dallo stesso Gramsci il quale giudicò
appunto «molto strana» la lettera (cfr. APPENDICE II). E
questo il punto. Secondo Canfora con quel «molto strana» Gramsci
avrebbe dunque avuto sentore di qualcosa che in quella lettera non funzionava,
il fumus di un sospetto che gli era balenato durante la lettura: che quella
lettera non fosse uscita dalla penna di Ruggero Grieco.
III. Sciascia, dicevamo, recensisce il libro sulla «Stampa»
del 17 marzo, con un articolo dal titolo «Gramsci e quella strana
lettera da Mosca». E il discorso inizia con considerazioni sul rapporto
tra morale e politica:
«[...] possiamo ben dire che non si può fare politica tenendo
conto dei principi morali ma nemmeno la si può fare non tenendone
conto. Aporia in cui ogni vero e grande uomo politico dovrebbe dibattersi,
ma in cui Stalin e gli stalinisti per nulla si dibattevano. Questa riflessione
- generica e scontata quanto si vuole - mi viene dalla lettura del saggio
di Luciano Canfora [...]».
Ma ben presto si svela il vero bersaglio della recensione. «Ma quel
che per ora mi interessa sono le pagine di appendice sulla strana
lettera che Gramsci ebbe in carcere nel 1928». Che è
appunto la lettera da Spriano scoperta e da Canfora presunta falsa. Le
obiezioni che Sciascia rivolge a questultimo sono serrate, sistematiche:
il fatto che le lettere siano finite nel faldone Ovra non vuol dire che
siano state prodotte dallOvra ma che siano, prevedibimente, state
considerate materia da Ovra. E soprattutto: perché
il funzionario di polizia che quella lettera avrebbe confezionato non
si fece vanto della falsificazione? Perché lOvra avrebbe
firmato Ruggero delle lettere che nella loro autenticità
sarebbero state firmate Garlandi? Se così fosse, si
potrebbe mai definire abile la falsificazione dellOvra?
Perché Gramsci non avrebbe saputo applicare a quella lettera la
stessa filologia che Canfora applica? Perché Gramsci
non sarebbe stato capace di riconoscere linfondatezza di quelle
«espressioni e giudizi»? Perché Gramsci non sarebbe
stato capace di riconoscere da sé gli errori nella grafia dei nomi
russi? (E si noti che le proprie capacità di leggere filologicamente"
la realtà sono da Gramsci insistentemente ribadite, in luoghi diversi
dellepistolario: «Bisogna anche tener conto che labito
di severa disciplina filologica, acquistato durante gli studi universitari,
mi ha dato uneccessiva, forse, provvista di scrupoli metodici»[6]
o «Non ho ancora perduto tutte le qualità di critica filologica:
so sceverare, distinguere, smorzare le esagerazioni volute, integrare
ecc.»[7] (cfr. APPENDICE II). E ancora: perché
il giudice istruttore disse a Gramsci: «Onorevole Gramsci,
lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo
in galera»[8] e stralciò quelle lettere
dal procedimento? Canfora risponde due giorni dopo, sullo stesso giornale,
con un articolo intitolato «Laffare Gramsci: non ci fu tradimento»,
e sostanzialmente ad una sola delle obiezioni di Sciascia. LOvra
avrebbe firmato Ruggero delle lettere che nella loro autenticità
sarebbero state firmate Garlandi perché sennò
quelle lettere non avrebbero avuto valore probatorio nel processo che
stava per essere celebrato. E una debole controbiezione: dimentica
infatti, come Sciascia non perde occasione di fargli notare, che quella
lettera valore probatorio non ebbe. E per la semplice ragione che lo stesso
giudice istruttore volle stralciarla dalle carte del processo. E
mai possibile immaginare che il giudice di un Tribunale Speciale sia dotato
di un così ampio margine di autonomia nei confronti di una polizia
segreta da non tenere conto, e da poter non tener conto, di un falso che
era stato confezionato pressoché personalmente, come par di capire
dalla pagine di Canfora, dallispettore generale dellOvra Francesco
Nudi e trasmesso in copia fotografica alle mani di Arturo Bocchini, capo
della polizia? Alle altre obiezioni Canfora non risponde. Cita il Metodo
facile per riconoscere le scritture falsificate, Torino, Paravia, redatto
da Umberto Ellero a uso «dei virtuosi della Scuola di polizia»
dellOvra; con il quale si dimostra eventualmente che nellambito
dellOvra, e di tutte le polizie segrete in generale, sia costume
studiare e praticare metodi di contraffazione; ma non si dimostra che
lOvra abbia confezionato quel falso in particolare. E allora, per
corroborare la sua tesi, Canfora cita un episodio:
Nella busta n. 7 della Polizia politica (categoria K/1B per materie) del
1937, il questore di Torino, Mormino, chiede a Di Stefano (braccio destro
di Bocchini) come lavorare sulle grafie di certe lettere e Di Stefano
gli manda il libro di Ellero. Pochi anni prima (l11 ottobre 1933)
Di Stefano stesso comunica alla Direzione Affari generali e riservati
che «il giorno 2 corrente veniva fermata una lettera proveniente
da Firenze, diretta a Mr. Attilio Tommasi, rue de Charonne 82, Paris XI,
dal contenuto familiare. Il sensibile spazio esistente tra le righe fece
sorgere il sospetto che la lettera contenesse delle scritture simpatiche,
ma lesame della lampada di quarzo dava esito negativo. Senonché,
persistendo il dubbio della scrittura invisibile, la lettera fu sottoposta
alla azione del ferro cianuro diluito con ammoniaca ed apparve lo scritto
che si alliga in copia. Allo scopo, così seguita Di Stefano, di
non far sorgere sospetto, la predetta Questura ha ritenuto opportuno far
rifare la lettera e la scrittura in simpatico, dandole poscia corso.»
Solo che dallepisodio citato da Canfora emerge proprio quel tratto
psicologico del quale Sciascia aveva già rilevato lassenza
nellarticolo del 17 marzo: perché il funzionario che avrebbe
confezionato un così bel falso non se ne fece vanto con i suoi
superiori?
«False o no, le copie fotografiche delle tre lettere dovevano direi
istituzionalmente finire tra le carte dellOvra: dove, peraltro,
non è affiorata alle sagaci ricerche di Canfora la minima traccia
della fabbricazione del falso (cosa di cui il dirigente dellOvra,
scrivendo al capo della polizia, sarebbe stato piuttosto ovvio se ne facesse
merito).»
Né Canfora risponde alle altre obiezioni. Solo, accusa Sciascia
di non avere visto le carte e di avere scarsa dimestichezza con i faldoni
dellArchivio di Stato, con la filologia: «Come fa a parlare
di documenti darchivio e della loro collazione senza averli veduti.?
[...]» Lampeggia infine un fulmen in clausola, di sussiegosa malignità:
«Certo, tanti anni dopo, si può non sapere o non aver pazienza
o voglia di sapere; e allora è meglio scrivere un bel racconto.»
Insomma, meglio le scritture dinvenzione... Sciascia scriva racconti
ed eviti di praticare filologia. Ecco allora che nella conclusione della
prima replica di Canfora si tocca il punto di massima distanza tra i due
interlocutori. Parrebbe che per Canfora tutto ciò che dalla letteratura
proviene è divertimento, gioco leggero e inconsistente, alla Storia
subordinato: il discorso di Sciascia procede sì «con estrema
serietà» ma «nella levitas dei richiami letterari tratti
dagli autori che gli sono cari e consueti» (e si badi che le citazioni
di Sciascia sono tuttaltro che lievi: cita Malraux, che sintetizza
«gli intendimenti di Stalin [...] in questa formula»: «Se
io elimino un tale che ha conosciuto un tale che ha conosciuto un tale
che ha conosciuto un tale che ha conosciuto un fascista, nel mondo non
ci sarà più il fascismo»). Sciascia è accusato
di metafisica, di equilibrismi con le parole.
Ma Canfora non riesce ad osservare che è Gramsci ad essere metafisico,
nella celeberrima lettera sui «condannatori» del 27 febbraio
1933, quando scrive:
«io sono stato condannato il 4 giugno 1928 dal Tribunale Speciale,
cioè da un collegio di uomini determinato, che si potrebbero nominalmente
indicare con indirizzo e professione nella vita civile. Ma questo è
un errore. Chi mi ha condannato è un organismo molto più
vasto, di cui il Tribunale Speciale non è stato che lindicazione
esterna e materiale, che ha compilato latto legale di condanna»[9].
Canfora riprende il discorso nella replica del 24 marzo, intitolata «Gramsci
e i suoi compagni», ove si cita il volume di Spriano Gramsci in
carcere e il partito per dimostrare che Gramsci in carcere non fu mai
abbandonato dai suoi compagni di partito e fu sempre al centro delle preoccupate
attenzioni di Togliatti; ma omette di dire che Spriano non dubita della
genuinità di quella lettera, reputandola solo uningenuità
e non un atto doloso. Rileva ancora una volta che Sciascia non abbia confidenza
con gli archivi e che citare «"fascicolo Partito Comunista"
è come fare generico riferimento ad alcuni metri di scaffali».
E infine:
«Sciascia ha omesso gli elementi essenziali, e cioè lanno,
e soprattutto la serie e il numero della busta. E come se dicesse:
Patrologia; colonna 1264 senza precisare a quale dei 217 volumi
della serie latina e dei 166 della serie greca voglia riferirsi».
Con un richiamo al presunto superiore tecnicismo della filologia, che
è altra polemica nella polemica nei confronti del dilettante
Sciascia.
IV. Importa allora comprendere la ragione per cui Sciascia scese in polemica
e conseguentemente guardare più da vicino quale idea egli abbia
della filologia. Certo, il libro di Canfora dovette riportargli alla mente
situazioni e personaggi di cui egli nei suoi libri sera occupato.
Episodi di storia del comunismo, dicevamo, o il tema della psicologia
del giudice e dellinquisito; o certi personaggi come Arturo Bocchini,
capo della polizia, già visto ne La scomparsa di Majorana. O forse,
come quelli della recensione a Borges del 1955, il caso Gramsci gli parve
un «giallo [...] di materia filologica, di apocrifa filologia».
In parallelo con taluni episodi del caso Moro; leggendo di Gramsci in
prigione Sciascia non riesce a non pensare a Moro. Il richiamo è
esplicito, nella chiusa dellarticolo del 17 marzo:
«Non occorre grande immaginazione per intravedere nel giudice un
rapporto non dico di soggezione, ma certamente di rispetto e forse di
ammirazione nei riguardi di Gramsci: non era forse un rendegli lonore
che legittimamente gli spettava e che meritava il chiamarlo «onorevole»?
E invincibilmente ci viene da ricordare che anche il brigatista che fa
lultima telefonata, per annunciare la morte di Moro, incorre nel
lapsus (che da parte sua era un lapsus significativo quanto quello del
giudice istruttore) di chiamarlo «onorevole». E non voglio
fare un confronto tra le due figure - in sé diversissime e di diverso
ruolo nella nostra storia e nella nostra coscienza: ma tra laffaire
Gramsci e laffaire Moro, nella loro condizione di prigionieri, cè
obiettiva rassomiglianza: in mano ai nemici, e abbandonati dagli amici.
E peggio che abbandonati, anzi.»
Non meno importante è, come ulteriore movente, il rifiuto della
dietrologia in nome della sensata evidenza. E questultimo
un tema ricorrente della scrittura civile di Sciascia: linsofferenza
per quella «scienza dietrologica, evidentemente in Italia
[...] rigogliosa»[10]. Sempre nellarticolo
del 17 scrive:
«In quanto al francobollo e al timbro postale, sarebbero stati troppo
poco a certificarlo dellautenticità della lettera, se avesse
avuto dei dubbi. Ma non ne dubitava: e perciò la dice "strana"
proprio per dirla "strana": sconsiderata, imprudente, incredibile
da parte di Ruggero, che regolamenti carcerari e misure di trattamento
nei riguardi dei carcerati politici ben conosceva, e per diretta esperienza.
E lo stesso Grieco, daltronde, che ne riconosce la "stranezza",
quando, alla domanda della moglie: «Ma cosa avete scritto in questa
lettera?», risponde: «Ma cosa vuoi che fosse scritto! Delle
banalità qualunque. Capisci che abbiamo fatto solo una prova per
vedere se loro potevano ricevere lettere da fuori e avere corrispondenza
non solo con i parenti.» Non è "strano" che persone
perfettamente a conoscenza di quel che avveniva in Italia, esperienti
o informate di quel che accadeva ai detenuti politici, addestrate alla
comunicazione clandestina e praticandola anche nelle carceri, cadessero
nellingenuità - a dir poco - di fare una "prova"
di comunicazione diretta e quasi esplicita con Gramsci, Terracini e Scoccimarro,
imputati eccellenti nel processo che si stava istruendo per la difesa
dello Stato?»
Ma soprattutto la filologia. Che attraversa come un filo rosso tutta la
produzione intellettuale di Sciascia. E può essere un formidabile
strumento di svelamento, come in Morte dellinquisitore o ne Laffaire
Moro, ove Sciascia dichiara il suo intento fin dallinizio: ricostruire
filologicamente quel che Moro «ha dovuto tentare di dire col linguaggio
del nondire, di farsi capire adoperando gli stessi strumenti che aveva
adottato e sperimentato per non farsi capire». Ed è analisi
filologica, testuale, di quelli che appunto Sciascia chiama «documenti
del contrappasso, e cioè delle lettere attraverso cui Moro tentò
di comunicare con gli altri che credeva suoi [...]».
E tuttavia la concezione della filologia è in Sciascia ambigua,
duplice: oltre che metodo critico per la indagine sulla realtà,
storica o attuale che sia, può anche essere un poderoso strumento
di mistificazione. Nel Consiglio dEgitto labate Vella alla
filologia si accosta per guizzo dispirazione; è filologo
improvvisato, ma limpostura che orchestra è di clamoroso
successo. Tanto che la cattiva filologia dellabate Vella trionfa
su quella onesta e veritiera dellarabista Hager. Che nella scena
del pubblico confronto scientifico è messo in sberleffo.
Tramite una filza di maliziosi sillogismi o preudo-sillogismi è
fatto passare per giovane arrogante e presuntuoso che si ritiene superiore
al grande orientalista Tychsen, «professore a Rostock»; nellultima
scena la battuta è feroce e sleale[11]:
«- Traducetelo voi - lo invitò il Vella.
- Così su due piedi...
- Capisco - disse labate - è meglio tradurre su quattro -
e mentre nella sala esplodevano girandole di risate fu tentato di fare
un gran colpo: recitare a tutti quei baccalà, amici e nemici, lesatta
traduzione della pagina ventidue [...]»
Quel che conta è che limpostura del Vella non sarà
mai svelata al pubblico ed egli conseguirà impunemente i suoi scopi.
Se a un certo punto il presunto arabista è tentato di svelare limbroglio,
non è certo per rimorso di falsario: ma per il desiderio di riconoscimento
della sua impostura, della sua superiorità. Come nella lettera
dedicatoria alla Sacra Real Maestà, ove sminuendosi si autocelebra:
«Bisogna dunque convenire che se io non avessi fatto altro che indovinare
o fantasticare, non si poteva indovinare più giusto, né
fantasticare con più vigore; e che il creatore di così singolari
opere sarebbe, mi permetto di dirlo, degno di ben altra fama che il traduttore
modesto di due codici arabi...»[12].
E una rivendicazione ambigua, nella quale, negando e distinguendo,
del falsario si amplifica leccellenza. Con salto mortale finale:
«Il punto piò bello della lettera era quello in cui, negando
i falsi, veniva sottilmente ad ammetterli»[13].
Anche nel racconto Filologia, sempre ne Il mare color del vino, la filologia
è usata come strumento di mistificazione: il mafioso anziano ed
esperto, colletto bianco si direbbe oggi, inizia il giovane
alla scienza delle parole e filologicamente gli insegna a
discettare di definizioni vocabolaristiche di mafia. Ma non per amore
di sottile conoscenza: per mistificare, confondere, intorbidare, una probabile
audizione presso la Commissione parlamentate antimafia. Per Sciascia parrebbe
dunque non esserci una verità della filologia che non passi attraverso
la verità della letteratura. La filologia funziona,
in una certa misura, come metodo critico: anzi la filologia è la
critica: e tutte due insieme dovrebbero «per loro natura,
disgregare nellintelligenza dei testi la gratuita incrostazione
del luogo comune»; dovrebbero, appunto, ma non sempre disgregano,
perché anche filologia e critica hanno i loro luoghi comuni[14].
Ma la filologia poco o nulla funziona come scienza probatoria. Lo si riscontra
in quelle operazioni di natura essenzialmente filologica che sono le perizie
nei procedimenti giudiziari. Sciascia scrive e ribadisce che non cè
perizia che non possa essere contraddetta da una controperizia, e lo ripete
nel caso delle perizie calligrafiche proprio nel nostro articolo, a proposito
della questione della grafie. «Cè da dire [...] che
nemmeno un consesso di periti grafologi riuscirebbe a dar responso sicuro
sullautenticità o sulla falsificazione: ché si sa,
da che esistono grafologi e tribunali, quanto perizie del genere valgano.».
La dimostrazione o la confutazione dellapocrifia non è un
mero problema tecnico che possa esimersi dal confronto con
la Letteratura. Sovente interrogandosi sul rapporto tra Storia e Letteratura,
la risposta è senza equivoci: «la letteratura [...] è
la più assoluta forma che la verità possa assumere».
Detto in Nero su nero, e anticipato qualche pagina prima: «alla
domanda di Pilato - Che cosa è la verità? si
sarebbe tentati di rispondere che è la letteratura.»[15].
Non grande sostanza probatoria dové daltronde riscontrare
nellargomentazione filologica di Canfora. «Su quella lettera
Gramsci per anni si è arrovellato; e se, avendola tra le mani e,
presumibilmente, più volte tornando a leggerla, non fece caso alla
erronea grafia dei nomi, la spiegazione più semplice
è che ben conoscendo Grieco (avevano anche lavorato assieme) lo
ritenesse capace di quegli errori; e anche di quellerrore introdotto
per correzione.»
V. Fin qui le obiezioni di Sciascia. Adesso, sommessamente, si parva licet,
aggiungo le mie. La questione delle abbreviazioni, ad esempio: Canfora
si dichiara colpito dalla «frequenza [...] di continui compendi
(sit., mov., rivoluz. ecc.)».[16] e lo considera
un fenomeno deviante rispetto al normale usus scribendi di Grieco; ma
nella lettera di Grieco a Togliatti che Canfora acclude quale modello
certamente autografo per la verifica della grafia non si avvede della
altrettanto elevata frequenza di compendi: «comp.» per «compagni»,
e ripetuto due volte, «prov.» per «provincia»
due volte, «sez.» per «sezione», il tutto in appena
16 righe[17]. O gli «errori di ortografia»
che in realtà non sono dei puri e semplici errori di ortografia:
non è così definibile un «desideresti» per «desidereresti»,
che è piuttosto una aplografia, cioè un salto di sillaba
per identità con la sillaba adiacente, e della stessa specie è
«differenziazone» per «differenziazione»; laddove
il «di discentra» in luogo di «si discentra» altro
non è che un banale errore di anticipo (e se pure fossero errori
di ortografia imputabili ai «collaboratori di concetto
dellOvra» si potrebbe ancora parlare di «piuttosto abile
falsificazione»[18]?) O ancora più vistosamente
la questione delle «erronee grafie» dei nomi russi, da Canfora
considerata probatoriamente formidabile se almeno tre volte indugia a
ridiscuterne: alle pp. 146, 149, 153 del suo libro. Solo che «erroneo»
non è laggettivo esatto. E lecito dire che nelle traslitterazioni,
nel nostro caso dal cirillico, esista una grafia esatta e
una erronea? Evidentemente no, dato che basta fare uno spoglio
dello stesso epistolario di Gramsci per accorgersi che anche tra gli autografi
gramsciani le grafie dei nomi russi sono del tutto variabili[19].
Lo stesso Gramsci scrive «Checov» in almeno tre modi diversi:
Cekhof nella lettera del 12 dicembre 1927, Cecof il 17 giugno 1929 e Cekhov
in due lettere senza data (ma dell"estate 1936 secondo ledizione
Santucci): e «Mirskij» è scritto Mirschi il 3 luglio
1931 e Mirski il 31 luglio dello stesso anno; e «Dostoevskij»
è scritto Dostoievski il 29 agosto 1927 e Dostoievsky il 17 giugno
1926 e Dostoievschi il 3 luglio del 1931; e Puskin scrive Gramsci il 26
marzo 1925 e tre volte Puskin nella lettera a Delio n. 435 del 1936, con
firma in cirillico. E «Bucharin» è scritto Boukharine
con traslitterazione alla francese il 25 marzo 1929. E il nome che secondo
le attuali norme grafiche è scritto «Trockij» è
scritto Trotzky nella «Istanza a S.E. il Capo del Governo spedita
nel settembre 1930» e Trotsky nella «Istanza a S.E. il Capo
del Governo spedita alla fine di ottobre 1931»[20]...
E tanto scrivere Troski non è avvertito come errore, che la stessa
cognata di Gramsci, Tatiana Schucht, russa, usa la grafia difficilmente
qualificabile erronea di Trozky[21]. Lo stesso Gramsci,
daltronde, è perfettamente consapevole della polimorfia delle
traslitterazioni dal russo e allargomento dedica la lettera a Tatiana
del 4 gennaio 1932 (cfr. APPENDICE III).
VI. In conclusione, Sciascia vide forse in questo tentativo di Canfora
lultimo atto di un tentativo complessivo di falsificazione della
storia del PCI: la fotocopia delle lettere di Grieco si ritrova solo nel
1968; si comincia con lescludere dapprima ogni cattiva intenzione
dello scrivente («Ogni intenzione scellerata pare obiettivamente
da scartare. E [..] a chi ha conosciuto un compagno come Grieco ripugna
persino lidea [...]»)[22] e si finisce poi
per completare la rimozione, di quelle lettere negando persino
lautenticità. Insomma, una mistificazione sotto preteso di
svelamento: più o meno il rovescio del Consiglio dEgitto,
posto che risulta altrettanto mistificatorio produrre un falso che pretenda
di esser vero, quanto sia pretender la falsità di un testo che
invece ha tutta laria di esser vero.
APPENDICE
Si riportano qui di seguito la lettera di Ruggero Grieco, o dellOvra
- a seconda dei punti di vista, e quelle di Gramsci in cui ad essa si
allude, e infine la lettera dedicata alla questione della traslitterazione
dei nomi russi in italiano. Le lettere sono tratte, da Lettere dal carcere,
a cura di Antonio A. Santucci, Sellerio, 2 voll., Palermo 1996 e trattasi
della n. 7 dellAppendice, e dei nn. 109, 277, 357, 376 e 392, e
precisamente: vol. I (1926-30), pp. 186-7 e vol. II (1931-37), pp. 518-20,
646-7, 690-1, 712-3; 837-8.I
Ruggero
Grieco a Antonio Gramsci 10 febbraio 1928
«Carissimo
Antonio,
è da un pezzo che non ti ho scritto, ma sono certissimo che tu
non avrai inveito mai contro il mio e nostro silenzio. Noi ti siamo stati
vicini sempre, anche quando tu hai avuto ragioni per non sospettarlo,
e abbiamo saputo notizie di te, e della tua salute. Anzi, ci si dice ora,
che tu non stai bene; e vorremmo saperlo, per nostra tranquillità,
ciò di cui avresti bisogno, e che cosa noi possiamo fare per te.
Tutto quello che ci è stato chiesto, per te, noi lo abbiamo fatto,
sempre. Non ho visto Giulia, ma la vedrò. Tutti, dovunque, parlano
di te. Ti salutano.
Ora vorrei darti qualche notizia, ma temo di incorrere in una infrazione
delle norma carcerarie. Scrivendo a Scoccimarro e ad Umberto ho detto
loro qualche cosa, relativa alle ripercussioni della lotta interna del
P.C.R. nei partiti europei. La situazione in Russia è solidissima,
malgrado gli allarmi gettati da tutta la stampa, borghese e socialista.
Le misure prese contro Troski ad altri sono state, certo, dolorose, ma
non era possibile fare diversamente. La minaccia di guerra contro la URSS
non è agitata per far venire i vermi ai bambini, ma è una
realtà concreta, e - da qualche elemento più visibile -
concretissima. Si tratta di stabilire e prevedere se prima che si realizzi
un blocco antirusso, si scatenino altri conflitti tra le potenze: insomma
se si arriverà al blocco antirusso prima che siano (temporaneamente)
superati i grandi conflitti tra le potenze. In fondo le due prospettive
sono una sola. E con tale prospettiva non si può giocare alla opposizione!
La situazione internazionale è grave: la stabilizzaz[ione] ha aperto
e acuito numerose contraddizioni. La Germania sarà fra non molto
il paese più forte dEuropa, e chiederà (perché
lo potrà chiedere) di avere un esercito. sarà questo il
compenso che la Germania chiderà per entrare nel blocco antirusso?
Ma che razza di compenso! In Francia la situazione si radicalizza, ma
lentamente. Lì il prol[etariato] manca di una propria esperienza
pol[itica] autonoma. Le antiche debolezze non sono ancora state superate.
Il parlamentarismo farà ancora delle stragi. Più interessante
è la sit[uazione] in Inghilterra: limpero si discentra. Hai
seguito il mov[imento] nelle Indie contro la Commisione reale per la riforma
della costituzione? In Cina la riv[oluzione] ha subìto un arresto:
il Kuomintang si è sfasciato secondo la differenziazione delle
classi. Prova intressante della verità che, nella nostra epoca,
le rivoluz[ioni] nazionali non possono essere che proletarie, è
nel fatto che lo spezzettamento del Kuomintang non ha portato alla vittoria
della borghesia cinese: infatti gli imperialisti stranieri sono tuttora
in Cina e la borghesia cinese viene a patti con questi. So che leggi,
dunque hai die libri. Cosa leggi? Di cosa ti occupi particolarmente? La
letteratura italiana del dopoguerra è una misera cosa, e la tenzone
tra «Strapaese» e «Stracittà» è
un segno caratteristico dei tempi magri. Io non ho molto tempo per occuparmi
di letture letterarie: tu che «hai la fortuna»! di poter leggere
puoi chiedermi quali libri desidereresti e dirmi se posso mandartene.
Ho chiesto più volte a Palmiro di assumersi il compito di curare
la scelta e la pubblicazione di quei tuoi articoli antichi. E vero
che la ricerca degli scritti pubblicati su vari giornali è, oggi,
per noi meno facile di ieri; ma Palmiro non ha «il coraggio»
di affrontare limpresa. Cosa ne dici? Abbiamo saputo che Amadeo
[Bordiga n.d.a.] fu tempo addietro arrestato; ma non abbiamo potuto conoscerne
la cause. Se tu ne sai qualche cosa faccelo sapere. E scrivimi qualche
volta qui: Hôtel Lux, Camera 8.
Io ti abbraccio forte, e ti mando i miei auguri e saluti, e i saluti e
gli auguri di tutti. A te ed a tutti arrivederci.
Aff.
RUGGERO
Cari saluti FANNY
II
Antonio Gramsci a Julia Schucht 30 aprile 1928
«Cara Giulia,
ho ricevuto il tuo biglietto del 3 aprile. Tania mi ha trasmesso le notizie
riguardanti la vita dei bambini Sono contento.
Un periodo della mia vita carceraria sta per finire, perché il
28 maggio avrò il processo. Non so dove sarò poi scaraventato.
La mia salute è abbastanza buona. Ho saputo dalla autorità
giudiziarie e carcerarie che sul mio conto sono state pubblicate molte
inesattezze: che morivo di fame, ecc. ecc. Ciò mi è molto
dispiaciuto, perché credo che in simili quistioni non bisogna mai
inventare e neanche esagerare. E vero anche che mancano i mezzi
per verificare le cose, e in realtà io non so più di quanto
mi è stato riferito. Ma tu sei sempre informata da Tania e perciò
non hai avuto occasione di turbarti. Io non voglio scrivere fuori; forse
me lo concederebbero, ma io non voglio per principio. Ho ricevuto, per
esempio, recentemente, una strana lettera firmata Ruggero, che domandava
di avere una risposta. Forse la vita carceraria mi avrà fatto diventare
più diffidente di quanto la normale saggezza richiederebbe; ma
il fatto è che questa lettera, nonostante il suo francobollo e
il timbro postale, mi ha fatto inalberare. Anche in essa si dice che la
mia salute deve essere cattiva! o che le notizie che si hanno sono in
tal senso. Sono stato male nei primi mesi, dopo il viaggio Ustica-Milano;
poi mi sono riposato e rimesso in modo soddisfacente. Studio, leggo, nei
limiti delle mie possibilità, che non sono molte. Un lavoro intellettuale
sistematico non è possibile, per mancanza di mezzi tecnici. Cara
Giulia, mi dispiace di ricevere così scarse notizie sulla tua vita
e sulla vita dei bambini. Temo che in avvenire esse possano diventare
ancora più scarse: è questa la più grande preoccupazione
per me.
Ti abbraccio teneramente, cara
ANTONIO
*
Antonio Gramsci a Tania Schucht 5 dicembre 1932
«Carissima Tania
[...] Permetti che ti dica una verità dolorosa. Spesso chi vuole
consolare, essere affettuoso ecc. è in realtà il più
feroce dei tormentatori. Anche nell«affetto» bisogna
essere soprattutto «intelligenti». Tra breve saremo nel 1933;
una nuova fase della mia vita carceraria è già incominciata.
Ebbene bisogna che ti parli proprio francamente. Poiché io non
metto in dubbio neanche il tuo affetto per me (è questa una premessa
sempre presente al mio spirito, anche quando non vi accenno e mi pare
che sia inutile accennarlo, come sarenne ricordare sempre che la mamma
o Giulia mi vogliono bene) e ormai penso che la mia lettera del 14 nov.
rimarrà per ora senza conseguenze decisive; ti voglio dire che
proprio il tuo atteggiamento deve mutare in alcuni punti. Credi che non
voglio fare recriminazioni (che sarebbero stolte), ma ti voglio fare ricordare
un episodio di qualche anno fa che forse hai dimenticato e al quale mi
pare allora non hai riflettuto abbastanza per trarne norma di condotta.
Ricordi che nel 1928, quando ero nel giudiziario di Milano, ricevetti
una lettera di un «amico» che era allestero. Ricordi
che ti parlai di questa lettera molto «strana» e ti riferii
che il giudice istruttore, dopo avermela consegnata, aggiunse testualmente:
"onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano
che lei rimanga un pezzo in galera. Tu stessa mi riferisti un altro
giudizio dato su questa stessa lettera, giudizio che culminava nellaggettivo
"criminale". Ebbene questa lettera era estremamente «affettuosa»
verso di me, pareva scritta per la sollecitudine impaziente di «consolarmi»,
di incoraggiarmi ecc. Eppure sia il giudizio del giudice istruttore che
laltro da te riferito, oggettivamente erano esatti. Dunque si può
commettere un atto criminale volendo fare del bene, dunque qualcheduno
volendoti fare del bene può invece aver ribadito le tue catene?
Pare di sì, a giudizio del giudice istruttore del Tribunale Militare
Territoriale di Milano, giudizio che, come ti consta, ha coinciso con
quello di un altro che era agli antipodi. E giustamente, perché
leggendomi alcuni brani della lettera, il giudice mi fece osservare che
essa poteva essere (a parte il resto) anche immediatamente catastrofica
per me e tale non era solo perché non si voleva infierire, perché
si preferiva lasciar correre. Si trattò di un atto scellerato,
o di una leggerezza irresponsabile? E difficile dirlo. Può
darsi luno e lattro caso insieme; può darsi che chi
scrisse fosse solo irresponsabilmente stupido e qualcun altro, meno stupido,
lo abbia indotto a scrivere. Ma è inutile rompersi il capo su tali
quistioni. Rimane il fatto obiettivo che ha il suo significato. Cara Tania
ti ho già detto che è incominciata una terza fase della
mia vita di carcerato. La prima fase è andata dal mio arresto allarrivo
di quella lettera famigerata: fino a quel momento esistevano delle probabilità
(certo solo delle probabilità, ma che cosa si può domandare
di più) a una svolta della vita diversa da quella che invece poi
si verificò; quelle probabilità furono distrutte e poteva
ancora capitare di peggio [...]
*
Antonio Gramsci a Tania Schucht 27 febbraio 1933
«Carissima
Tania,
[...] Nel mio caso particolare, è certo che in tutti questi anni
ho sempre pensato a certi fatti (nel caso specifico alla serie di fatti
che possono simbolicamente riassumersi nella famosa lettera di cui mi
parlò il giudice istruttore a Milano e sulla quale anche recentemente
ti intrattenni), ma è anche certo che in questi ultimi mesi questi
pensieri si sono venuti, dirò così, intensificando, forse
perché diminuiva in me la fiducia di potere personalmente chiarirli,
di potere occuparmene «filologicamente», risalire alle fonti
e venire a una spiegazione plausibile di essi. [...] Daltronde,
come puoi pensare, sebbene viva in carcere, isolato da ogni fonte di comunicazione,
diretta e indiretta, non devi pensare che non mi arrivino ugualmente elementi
di giudizio e di riflessione. [...] Non ho ancora perduto tutte le qualità
di critica «filologica»: so sceverare, distinguere, smorzare
le esagerazioni volute, integrare ecc. [...] La conclusione, per dirla
riassuntivamente, è questa: io sono stato condannato il 4 giugno
1928 dal Tribunale Speciale, cioè da un collegio di uomini determinato,
che si potrebbero nominalmente indicare con indirizzo e professione nella
vita civile. Ma questo è un errore. Chi mi ha condannato è
un organismo molto più vasto, di cui il Tribunale Speciale non
è stato che lindicazione esterna e materiale, che ha compilato
latto legale di condanna. Devo dire che tra questi «condannatori»
cè stata anche Iulca, credo, anzi sono fermamente persuaso,
inconsciamente e cè una serie di altre persone meno inconscie.
[...]
*
Antonio Gramsci a Tania Schucht 16 maggio 1933
«Carissima
Tania,
[...] Sono profondamente persuaso che tu in altra forma, ma con leggerezza
corrispondente, hai ripetuto la stessa catena di pasticci che si è
verificata nel 1927-28 e per la quale il giudice istruttore ebbe ragione
di dirmi che pareva proprio i miei amici collaborassero a mantenermi il
più a lungo possibile in carcere. Queste mie affermazioni ti daranno
dispiacere, ma mi è impossibile non dirle. Quando nel gennaio scorso,
ti parlai al colloquio, ti pregai con tutta la forza di cui ero capace,
di attenerti scrupolosamente alle mie indicazioni. Dopo ciò che
era avvenuto nel settembre precedente mi pareva impossibile che tu mancassi
alle tue assicurazioni. Ti dissi che mi sentivo stremato (e il 7 marzo
mi pare abbia confermato lesattezza di questa mia impressione) e
che non avevo lenergia per lunghe discussioni. Ciò che mi
esaspera è il vedere come la mia vita sia diventata un giocattolo
di decisioni impulsive e irragionevoli e con quale facilità tu
ti sia assunta la reponsabilità di determinare in me la persuasione
che se i fatti non si svolgeranno secondo una certa linea ciò potrà
essere avvenuto perché le mie indicazioni non sono state seguite.
[...]
III
Antonio Gramsci a Tania Schucht 4 gennaio1932
«Carissima
Tania,
[...] ti scrivo poche righe per dirti qualche cosa sulla quistione posta
da Piero [Sraffa, n.d.a.].
Credo che non si possa parlare di una trascrizione «scientifica»
dei nomi russi in italiano. «Scientifico» in questo caso significherebbe
una sola cosa: conformarsi alle regole, con le sue lettere e con tutti
i segni diacritici connessi, stabilite dall«Archivio Glottologico
Italiano» per riprodurre i suoni delle diverse lingue e dialetti
in modo uniforme non solo per gli scienziati italiani che per quelli degli
altri paesi. Ma si tratta di un tale apparato, e così difficile
per i profani, che una tale soluzione complicherebbe enormemente le cose.
Si tratta dunque di trovare una trascrizione convenzionale che sia la
più comprensibile per il maggior numero di lettori. Nel passato
il «Corriere della Sera» aveva un suo modo di trascrizione,
che, data la diffusione del giornale, avrebbe potuto diventare popolare;
ma oggi anche nel «Corriere» non cè nessun metodo
e quindi il riferimento non vale. Se liniziativa fosse una grande
iniziativa e con caratteri di continuità, si potrebbe domandare
alleditore di stabilire una regola di trascrizione e di «imporla».
Altrimenti mi pare che il meglio sia adattarsi al modo di trascrizione
della «Slavia» che ha il beneficio di essere il più
diffuso e conosciuto, anche se molto imperfetto (limperfezione maggiore
è quella di adoperare lettere latine con altro suono da quello
tradizionale). Se si volesse introdurre una nuova «convenzione»
bisognerebbe tener conto della nota di Bruno Migliorini pubblicata nel
numero speciale della «Cultura» dedicato a Dostoievski nel
1931. La difficoltà maggiore consiste nel fatto che lalfabeto
italiano è troppo povero di segni e che nellortografia italiana
per lo stesso fenomeno si usano mezzi diversi. Il segno h che serve per
il chi, che non serve invece per il gni, gne ecc. e non serve per il sci,
sce a differenza del portoghese che scrive nh e dellinglese che
scrive sh. Così è del suono j francese; per riprodurre in
ortografia italiana il suono j che esiste in sardo meridionale si è
adoperato il x, ma con leffetto che tutti pronunziano cs il j (come
Simaxis, che viene pronunziato Simacsis e non Simajis). Daltronde
la «Slavia» e altre case fanno un tale abuso di j italiane
per trascrivere le i russe che fissare luso mi pare impossibile
- Limportante mi pare, dato che bisogna ricorrere a una convenzionalità,
di prendere quella che ha già una tradizione e quindi una diffusione
e un uso conosciuto. Ti abbraccio affettuosamente
ANTONIO
Note
[1]L.
Sciascia, Il mare color del vino, in Opere 1956-1971, a cura di C. Ambroise,
Bompiani, Milano 1987, pp. 1354-60.
[2]Id.,
Le «invenzioni» di Borges, in «La Gazzetta di Parma»,
supplemento letterario («Il raccoglitore»), n. 108, 22 dic.
1955. Debbo la segnalazione a Giuseppe Traina.
[3]P.
Spriano, Storia del Pci, II, Einaudi, Torino, 1969, p. 155.
[4]
Id., Gramsci in carcere e il partito, «L'Unità», Roma
19882, p. 29.
[5]
L. Canfora, Togliatti e i dilemmi della politica, Laterza, Roma-Bari 1989,
p. 146.
[6]
A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di Antonio A. Santucci, Sellerio,
Palermo, 1996, p. 442.
[7]
Ibid., p. 689.
[8]
Ibid., p. 646.
[9]
Ibid., p. 690.
[10]
L. Sciascia, Manzoni e il linciaggio del Prina, in Opere 1984-1989, a
cura di C. Ambroise, Bompiani, Milano 1991, p. 933.
[11]
Id., l Consiglio d'Egitto, in Opere 1956-171, ed. cit., p. 583.
[12]
Ibid., p. 638.
[13]
Ibid.
[14]
Id., «Luciano e le fedi», in Cruciverba, in Opere 1971-1983,
ed. cit., p. 971.
[15]
Id., in Nero su nero, in Opere 1971-1983, ed. cit., pp. 815 e 834.
[16]
L. Canfora, Togliatti e i dilemmi della politica, cit. p. 146.
[17]
Ibid., p. 135.
[18]
Ibid., p. 149.
[19]
A. Gramsci, Lettere dal carcere, cit., passim.
[20]
Rispettivamente in Ibid., p. 817 e 818.
[21]
T. Schucht, Lettere ai familiari, a cura di M. Paulesu Quercioli, Editori
Riuniti, Roma 1991, pp. 222-23.
[22]
P. Spriano, Gramsci in carcere e il partito, cit., p. 28.
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