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1. Introduzione
L'Italia si è
trasformata negli ultimi due decenni da paese di emigrazione in paese
di immigrazione.
A partire dalla fine degli anni Settanta, infatti, è stata investita
da flussi migratori internazionali consistenti, che sono stati registrati,
raccontati, interpretati dai mezzi di comunicazione. Come ci hanno parlato
degli immigrati, dei clandestini, dei nomadi? E, in prospettiva, come
conciliare oggi le esigenze dell'informazione con quelle della correttezza
politica e soprattutto del rispetto tra culture diverse?
Per rispondere a queste e ad altre domande, l'Università per Stranieri
di Siena ha promosso, nei mesi di febbraio e marzo 2000, un ciclo di incontri
con giornalisti e studiosi, dal titolo "Intercultura e media",
rivolgendo una particolare attenzione al mezzo televisivo. L'iniziativa,
aperta a studenti e docenti dell'Ateneo, ma anche ad enti locali, associazioni
umanitarie ed operatori sociali, ha registrato un buon successo di pubblico.
Parallelamente, sono state realizzate interviste ai quattro esperti, sulla
base del seguente percorso:
- Cenni sull'immigrazione in Italia
- Immigrazione e televisione
- Quale immagine dell'immigrato?
- Quali spazi in tv?
- Quali ipotesi per un'informazione multiculturale?
Diamo qui un breve
profilo degli ospiti e la trascrizione delle loro risposte.
· Massimo Ghirelli,
giornalista, autore di programmi radiofonici e televisivi, è esperto
per la Direzione Generale allo Sviluppo del Ministero Affari Esteri, consulente
per l'Informazione dell'Unicef e Direttore dell'Archivio dell'Immigrazione
di Roma.
· David Sassoli, giornalista, conduce l'edizione delle 20 del TG1;
negli anni scorsi ha collaborato alle due trasmissioni di approfondimento
del TG3 Rosso e nero e Tempo reale; precedentemente è stato inviato
di cronaca presso il quotidiano Il Giorno.
· Giorgio Grossi è docente di Sociologia della Comunicazione
presso la Facoltà di
Scienze Politiche dell'Università di Torino e co-autore del volume
Mass-media e società multietnica, Anabasi, Milano, 1995.
· Yan Jang, giornalista di nazionalità cinese, da anni lavora
in Italia ed è responsabile del Telegiornale per la comunità
cinese in onda su Tv Prato; è autrice e conduttrice del programma
Un mondo a colori trasmesso da Rai Due.
2.Cenni sull'immigrazione
in Italia
Quali sono state le
tappe più significative dell'ultimo decennio riguardo al fenomeno
immigrazione?
Massimo Ghirelli.
Il fenomeno immigrazione in realtà si è presentato anche
prima di questo decennio, in modo però poco palese, poco chiaro,
poco evidente. E' stato cioè un arrivo che ha influito in maniera
molto lenta sulla nostra società; alla fine degli anni Ottanta
il fenomeno è esploso in qualche modo ed è entrato nella
sensibilità, nella consapevolezza dell'opinione pubblica e degli
stessi mass-media.
Da un certo punto di vista questa esplosione ha avuto degli effetti negativi
perché si è parlato del fenomeno in maniera sicuramente
gonfiata, senza averne una chiara percezione delle dimensioni e della
realtà. Inizialmente è sembrato un nuovo evento difficilmente
affrontabile, una sorta di emergenza come le tante che percorrono il nostro
paese.
Dopo alcuni anni si è compreso che si trattava di un fenomeno di
lunga durata, di un processo che avrebbe coinvolto l'intera società
italiana in parte arricchendola, in parte creando dei problemi, soprattutto
legati alla mancata accoglienza, alla mancata preparazione culturale del
nostro paese.
Negli ultimi anni il tema dell'immigrazione ha visto un'altalena di interessi,
soprattutto da parte della pubblica opinione, in parte spaventata, in
parte sempre più consapevole, e soprattutto da parte dei politici.
Questi per anni non hanno saputo governare il fenomeno e solo alla fine
degli anni Novanta siamo arrivati alla nuova legge Turco-Napolitano, che
è entrata in applicazione soltanto negli ultimi mesi e che dovrebbe,
con la sua organicità, affrontare il fenomeno in maniera più
comprensiva e capace quindi di dare una risposta, anche di lunga durata,
a questo processo.
3. Televisione e immigrazione
Quale è stato
il percorso dell'informazione televisiva in Italia rispetto al tema dell'
immigrazione ?
David Sassoli. Anzitutto
di grande stupore, quando arrivarono le prime navi nel 1991 a Brindisi
e poi a Bari: erano navi cariche di un'umanità che non conoscevamo,
un'umanità dolente, che arrivava da un paese vicino, distante solo
60-70 chilometri, ma che per tanti anni era stato un paese assolutamente
blindato. Arrivarono e portarono il problema che accompagna la storia
di tutti i paesi industrializzati dell'Occidente e cioè il problema
dell'emigrazione, di essere in qualche modo fortezze per migliaia di persone
che non hanno lavoro e che per trovarlo lasciano le loro case, le loro
famiglie. Un problema del genere non lo conoscevamo in queste dimensioni:
fino ad allora c'erano stati polacchi, magrebini ma non un'emergenza come
quella che si verificò nel '91.
Credo che la televisione abbia accompagnato questa emergenza negli ultimi
dieci anni, abbia sollecitato atteggiamenti diversi; la paura del '91
oggi sembra generalmente dissolta, anche se restano molte incomprensioni.
La televisione comunque ha fornito una cittadinanza a queste persone,
se pensiamo che dal '91 al '95 decine di trasmissioni televisive ci hanno
fatto conoscere i nomi, i volti di chi cercava lavoro in Italia. Ci sono
stati alti e bassi, ci sono stati momenti in cui la politica ha strumentalizzato
o cavalcato questo fenomeno; credo che però lo strumento della
televisione abbia consentito di dire qualche mese fa al Governatore della
Banca d'Italia Fazio che senza gli immigrati questo paese non avrà
futuro.
Giorgio Grossi. In
una prima parte degli anni Novanta sui media la visione della società
multietnica era ancora un fenomeno innovativo, nel senso che l'Italia
era un paese che per tradizione si considerava - e forse si può
dire ancora che si considera - un paese fondato sulla tolleranza, era
un tipico mito popolare gli "italiani brava gente" nel senso
che gli italiani hanno sempre mostrato un atteggiamento sostanzialmente
tollerante nei confronti degli altri popoli.
I media avevano avuto buon gioco in quella prima fase, in cui l'immigrazione
non aveva raggiunto i livelli attuali, di riaffermare questo mito di un
popolo fondamentalmente antirazzista. Oggi i media si trovano in una situazione
sostanzialmente diversa, nel senso che non sono più lì a
segnalare l'emergere di un problema, ma devono fare i conti con una realtà
che soprattutto negli ultimi due o tre anni - anche in seguito alle guerre
nei Balcani - si è trasformata in un esodo pressoché continuo
di popoli che vengono in Italia. Quindi oggi occorre riconsiderare il
rapporto tra media e società multietnica; inoltre bisogna dire
che i media sono meno preparati di quello che dovrebbero.
4. Quale immagine
dell'immigrato ?
Massimo Ghirelli.
L'immagine dell'immigrato, quello che una volta scherzosamente ho definito
"l'immigrato elettronico", cioè l'immigrato come emerge
dagli schermi televisivi, è un'immagine piuttosto appiattita, appiattita
sulle cose che fa, sul lavoro, appiattita sull'immagine di qualcuno che
arriva. Sembra sempre, anche se stanno qui da dieci anni, che gli immigrati
siano appena giunti nel nostro paese. E' un'immagine che non dà
lo spessore, lo spessore individuale, lo spessore culturale. Gli immigrati
non sono soltanto braccia, o come li chiamavano in Germania, "lavoratori
ospiti", sono anche delle persone che hanno una famiglia, dei figli,
una religione, una cultura, dei costumi e dei valori diversi dai nostri
e quindi sarebbe importante che l'immagine che dà la televisione,
che danno i giornali, fosse un'immagine più spessa, più
forte, più capace di approfondire anche questo lato, non soltanto
per una ragione mediatica, ma anche per una ragione di vera accoglienza.
Pensate sia più facile accogliere un milione di grigi stranieri
tutti uguali oppure alcuni filippini, alcuni senegalesi, delle persone
laureate, delle persone con problemi economici? Questa è anche
una base della possibile accoglienza: conoscere le persone da accogliere,
conoscere le loro esigenze, conoscere anche le loro qualità.
Giorgio Grossi. E'
difficile dare una sintesi di questo percorso; oggi ci sono due modi di
rappresentare l'immigrato nei media: uno potremmo chiamarlo l'immigrato,
o meglio, il diverso di successo: è colui che nel mondo dello sport,
della musica, della moda si è fatto strada e come tale viene additato
anche come un modello di riferimento. In questo caso la differenza, se
è sintomo di successo, non solo è accettata, ma anzi promossa.
Invece diverso è quando questa è presentata a livello di
vita quotidiana: il singolo immigrato oggi è spesso associato alla
criminalità e c'è un'assoluta sottovalutazione della tematica
della differenza se non in termini di contrapposizione tra una legalità
occidentale e un'illegalità extraoccidentale.
5. Quali spazi in
televisione?
Che giudizio dà
della televisione italiana, soprattutto riguardo alla programmazione multietnica?
Yan Jiang. Attualmente
c'è soltanto un programma sulla RAI che si chiama Un mondo a colori
(RaiDue dal martedi al venerdi, ore10,35-10,50), che riguarda la multiculturalità,
anche se ci sono stati in passato altri programmi come Nonsolonero. Io
penso però che questo non basti per un paese come l'Italia che
sta affrontando questa situazione, ormai non è possibile tornare
indietro, 15 minuti al giorno di trasmissione è un po' poco;
politicamente, secondo me, bisogna dare più spazio alle culture
diverse; questo non tanto per far apprezzare questa presenza straniera
ma proprio per l'integrazione, per far capire agli italiani le diverse
culture e nello stesso tempo aiutare gli stranieri immigrati ad inserirsi
nella società italiana.
6. Quali ipotesi per un'informazione multiculturale?
David Sassoli. Il
telegiornale può fornire approfondimenti, lo ha fatto per esempio
anche su questi argomenti; la presenza dei telegiornali italiani, al di
là della sensibilità, è stata massiccia sempre, anche
quando magari si scontravano impostazioni o opinioni politiche diverse.
Però non si può negare che i mass-media, e i telegiornali
in particolare, siano stati sempre molto attenti: riguardando alcuni documenti
del '91- e sono materiali di telegiornale e non di trasmissioni televisive
- devo dire che erano di alta competenza e di alto profilo giornalistico.
Come può l'informazione
televisiva dare maggiore spazio agli immigrati?
David Sassoli. Credo
anzitutto considerandoli ormai cittadini italiani: non ci si scandalizza
più o non provoca reazioni il vedere tanti immigrati in istituzioni
italiane di vario tipo. Oggi non c'è più un atteggiamento
paternalistico come c'era agli inizi degli anni '90; poi ritengo importanti
anche atteggiamenti formali, ad esempio penso che sia obbligatorio dare
del lei nelle interviste agli immigrati, anche quando sono poveri o fanno
lavori umili, ed anche questo mi sembra ormai entrato nel costume italiano.
Sono convinto che questo paese negli ultimi dieci anni ha camminato molto,
lo ha dovuto fare perché si è accorto in ritardo di essere
una frontiera dell'Europa rispetto a paesi che fornivano immigrazione.
Questo non vuol dire che vada tutto bene, credo che anzi la politica abbia
bisogno in questo di un supplemento d'anima, che abbia la necessità
di affrontare con maggiore serietà, al di là delle emergenze,
alcune questioni legate proprio all'immigrazione. Però il tessuto,
l'opinione pubblica italiana è certamente cresciuta.
Giorgio Grossi. Per
quello che riguarda il nostro sistema dei media vedo sostanzialmente due
elementi di debolezza, che rendono difficile questo processo di informazione.
Il primo è che non c'è nei media, tranne pochissimi casi,
nessun interesse ad approfondire il tema della cultura della differenza.
Penso che non si uscirà da questa
società multietnica in positivo se non si tenterà di superare
l'idea, che è un'idea di
derivazione illuministica, della cultura dell'uguaglianza, che pure è
importante, per certi versi è stata anche progressiva, ha fatto
fare dei passi avanti.
Oggi occorre entrare nel merito della cultura della differenza: non limitarsi
cioè a giudicare gli atti e i comportamenti, ma cercare di capire
la cultura che sta dietro, quello che alcuni studiosi chiamano anche la
"politica del riconoscimento", che non è appiattimento
sulle diversità, ma vuol dire anche confronto. E' questo il passaggio
necessario, che richiederebbe un sistema dell'informazione molto meno
orientato alla quotidianità, molto meno orientato allo scoop, all'emergenza,
cosa che purtroppo vediamo essere la tendenza attuale.
Il secondo elemento è che ci vorrebbe un giornalismo della precisione,
cioè un giornalismo capace di unire la lettura dei fatti sociali
all'analisi sociale. Ci sono stati alcuni episodi recenti di cattivo giornalismo,
dovuti al fatto che i giornalisti si sono limitati a costruire l'interpretazione
dei fatti a partire dalle dichiarazioni dei politici i quali, ovviamente,
non hanno come interesse diretto l'analisi della realtà. Sul caso
più eclatante, quello dell'abbinamento criminalità-immigrazione,
nel '99 ci sono stati molti episodi assolutamente negativi da parte dei
media, proprio per una certa faciloneria nel leggere i fatti senza analizzarli.
Questa battaglia in realtà è stata lanciata già molti
anni fa nei confronti di altri fenomeni: le minoranze, le nuove forme
di lavoro, il Sud e la mafia. In realtà il sistema dei media è
incapace di andare oltre la lettura degli avvenimenti, è incapace
di approfondire e quindi è un discorso molto complesso, questo,
di affidare ai media delle capacità formative. Bisognerebbe studiare,
penso, dei canali alternativi attraverso i quali fare formazione con queste
finalità che oggi forse i media non riescono a perseguire.
Susanna Bruni e Letizia Vignozzi sono state le coordinatrici del ciclo
di incontri "Intercultura e media", insieme hanno svolto l'attività
di preparazione e gestione degli incontri, della realizzazione delle interviste,
del montaggio di una videocassetta dal titolo "Intercultura e media"
che documenta l'esperienza fatta.
Per quanto riguarda
questo scritto, i capitoli 1-3 sono di Susanna Bruni, i capitoli 4-6 di
Letizia Vignozzi.
Informazioni bio-bibliografiche
Susanna Bruni (bruni@unistrasi.it) svolge attività di ricerca e
di produzione di materiali didattici presso il Centro Linguistico dell'Università
per Stranieri di Siena. E' direttore responsabile del periodico S.I.&.N.A..
Ha partecipato come formatrice a vari corsi di aggiornamento per docenti
di italiano a stranieri, in Italia e all'estero. Ha pubblicato articoli
e saggi sulla didattica dell'italiano come lingua seconda. Recentemente
ha collaborato al volume Insegnare Italiano a Stranieri, a cura di P.
Diadori, Le Monnier, Firenze, 2001 e al CD-Rom Da qui ad8. Repertorio
bibliografico di materiali per l'italiano come lingua straniera, Ministero
Affari Esteri-Università di Roma La Sapienza, Roma-Siena, 2001.
Letizia Vignozzi Letizia
Vignozzi (letiziavignozzi@libero.it) è docente di lingua italiana
presso l'Università per Stranieri di Siena. Autrice di varie pubblicazioni
nel settore, ha svolto attività di ricerca sugli approcci umanistico-affettivi,
in particolare la suggestopedia. E' autrice di un corso di italiano per
stranieri (Made in Italy, Bologna, 1990, con M. Maggini). Ha partecipato
come formatrice a vari corsi di aggiornamento per docenti di italiano
a stranieri in Italia e all'estero. Recentemente ha collaborato al volume
Insegnare Italiano a Stranieri, a cura di P. Diadori, Le Monnier, Firenze,
2001.
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