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Ancora
fresca di stampa, ci è giunta l'ultima opera di Giovanni Mascia,
Le tenebre nel Molise. Liturgia, lessico e folclore di un antico rituale
di Pasqua (Palladino Editore, Campobasso 2001).
L'autore mi è caro almeno per tre motivi: il primo perché
nativo, come me, del Molise (Toro, nel suo caso), terra... / d'amori e
di leggende, / di fragole nei boschi e d'abetaie / dove il cinghiale annusa
tra giunchiglie / profumi di salvia (N. Iacobacci); secondo perché
legato al mio nome non solo per l'ottima presentazione al Lessico santacrocese
(Once Editorial, Caracas 1996. Ristampa Edizioni Enne, Campobasso 1999),
ma anche per aver curato la versione italiana di Erase una vez... Giuseppe
(Edición del Vicerrectorado Académico de la UCV, Caracas
1998), pubblicata nel volume In nome del Padre (Iannone Editore, Isernia
2000); e terzo per i suoi indiscutibili meriti come saggista i quali lo
collocano tra i principali esponenti della cultura molisana contemporanea.
Infatti, oltre ad essere fondatore e animatore della prestigiosa Rivista
Sannitica, diretta dall'ottimo Michele Tuono, ha pubblicato diverse opere
tra le quali A tavele de Ture (La tavola di Toro) [Editrice Lampo, Campobasso
1994], La Chiesa del Santissimo Salvatore a Toro (Editrice Lampo, Campobasso
1997), ecc.
Senza
inutili raggiri retorici o di stile - come suole succedere con tanti saggisti,
più preoccupati d'imbrattare pagine per giustificare il "volume"
che di precisare con chiarezza l'obiettivo dell'opera - Giovanni Mascia
sin dalle prime righe colloca il lettore nella comoda posizione d'interpretare
con chiarezza le finalità della ricerca. Inizia, difatti, con la
seguente, esplicita avvertenza: "Sono alla base di questi appunti
il desiderio della conoscenza e l'impulso a tirare fuori dalle secche
della nostalgia fine a se stessa aspetti e sensazioni e figure di un rituale
della Settimana Santa ormai scomparsi, ma ancora ben vivo fino a pochi
decenni addietro: l'Ufficio delle tenebre. La speranza è di ricondurre
nel solco della realtà, non importa se passata, le persistenti
suggestioni di una cerimonia liturgica che aveva il fascino di coinvolgere
anche emotivamente intere popolazioni di anziani, giovani e ragazzi, specialmente
questi ultimi, e che grazie a quel fascino riverbera oggi l'alone della
leggenda". Per i lettori più giovani non è forse superfluo
ricordare che nel rito religioso della Settimana Santa, denominato appunto
l'Ufficio delle tenebre, la rievocazione della morte del figlio di Dio
veniva drammatizzata con l'oscuramento progressivo, "una alla volta,
dopo ogni salmo", delle tredici (in alcuni casi) o quindici candele
sistemate in un candeliere a forma di triangolo. Quando l'oscuramento
("a scurdàte" in alcuni dialetti molisani, o "a
scùrdia", o "a scùrdela", o "a trèmmete",
o "a bbatte pòrte" in altri) era totale, ad un cenno
del sacerdote "che consisteva nel battere con il Rituale sullo stallo
del coro", invece di un "piccolo strepito", come appunto
era previsto nel libro sacro, si scateneva un vero putiferio prodotto
da grandi e piccoli con ogni sorta di strumento di legno preparato per
l'occasione (si sa che la legatura delle campane impediva che si usassero
strumenti di metallo). La descrizione più reale di quel momento
tanto atteso del rito, la fa Raffaele Capriglione (1874-1921) nella sua
opera inedita La Settimana Santa a Santa Croce di Magliano. Scrive il
poeta: "A quel segnale [del Rituale sullo stallo del coro] scoppiò
un enorme strepito, un fracasso quasi un terremoto, come se la chiesa
crollasse. I ragazzi facevano rullare tutti di conserva i calascioni,
le raganelle, le tricche-tracche; quello del bastone menava bòtte
da orbi sul tavolo dei morti [il tavolo su cui si poggiavano le bare durante
i funerali (nota di G. Mascia)]; l'altro del sasso percuoteva su di un
banco, e quello dal martello tirava colpi sull'avantiporta come se avesse
voluta sfondarla; senza contare gli uomini che ci davano su dei calci
e dei pugni...".
Lo spunto per Giovanni Mascia di approfondire il tema della "scurdàte"
(o delle tenebre nel Molise), sorge in occasione dello scambio epistolare
con il noto ed illustre scrittore Gianluigi Beccaria quando questi, per
la compilazione della sua opera Sicuterat, pubblicata nel 1999 con uno
strepitoso successo, raccoglieva materiali per "esplorare la sopravvivenza
del latino ecclesiastico nei dialetti delle nostre regioni" (G. de
Lisio). Tra altri termini ancora in uso nel dialetto di Toro, il Mascia
riportava appunto quello della "scurdàte", e di esso
dava la seguente definizione: "Scurdàte, letteralmente Oscurata,
ma vale Chiasso, Baccano. Un tempo, nel corso della funzione del venerdì
santo di rievocazione dell'agonia e la morte di Gesù, come le croci
agli altari, così i vetri alle finestre si coprivano, e il baccano
infernale si faceva dopo lo spegnersi de' lumi, la cui sola luce illuminava
il tempio. Il tutto per ricreare drammaticamente il passo evangelico che
parla delle tenebre e del terremoto che accompagnarono il trapasso di
Gesù. E' ancora in uso l'imprecazione Pe la scurdàte!".
Beccaria trova interessante la spiegazione del saggista torese, tuttavia
è della convinta opinione che il frastuono dell'Oscurata simboleggia
la scacciata del demonio dal luogo sacro, e lo dimostra nella sua opera
Finafinorum con illustrativi esempi ed ineccepibili testimonianze nelle
regioni settentrionali dell'Italia, che poi ratifica in Sicuterat quando
estende la ricerca ad una più ampia area geografica. Perché,
dunque, in Molise dovrebbe essere diverso?
Mascia, che sull'orma del Trotta ha studiato con devozione il passato
della sua Toro nativa, prende atto della radicale posizione dell'interlocutore,
ma non ha dubbi che almeno negli ambiti che gli sono vicini, "a scurdàte"
si caratterizza per il chiasso, il baccano, il terremoto prodotto dai
fedeli durante il rituale dell'Ufficio delle tenebre. Anzi, prendendo
lo spunto dalla citata opera del Capriglione, oltre a passare in rassegna
i manuali liturgici e la letteratura scritta sulle tradizioni popolari
del Molise, si rivolge a "sacerdoti anziani, di diverse località,
e a persone anziane di entrambi i sessi" con i quali corrobora sufficientemente
la tesi sostenuta, contrapposta a quella del Beccaria.
La ricerca seria, puntigliosa è il pretesto per andare ancora oltre
l'obiettivo proposto. Per esempio, il ripasso attento dei manuali liturgici
e della letteratura popolare gli permettono di teorizzare con sicurezza
sul "triangolo di luce", cioè il candeleriere colocato
su "una colonnina di legno" (N. Di Donoato) o "su di un'asta
di ferro nero" (R. Capriglione), e lo conducono alla sorprendente
scoperta che in Molise esso contiene tredici anziché quindici candele
raccomandate dalla Chiesa, anche se non gli sfugge il dettaglio che mentre
nel frontespizio Mercoledì Santo dell'opera del Capriglione l'Erpice
(il nome cólto dei candelabri) è disegnato dallo stesso
autore con tredici candele, più avanti in un nuovo disegno appare
con quindici.
Di altrettanta precisione è lo studio sugli strumenti di legno
utilizzati durante il rito dell'Ufficio delle tenebre, come pure i termini
dialettali con i quali sono designati in almeno 43 località, dividendoli
in idiofoni a battenti metallici ("tricche tracche" [o "plicchepplacche"],
"bbattemàrra" [o "bbattemàtra"], "traccagliòla"
[o "tròccola" o "tròcciole"], "tavèlla"
[o "tavelètte"], ecc.), e idiofoni a ruote dentate ("raganèlla"
[o "racanèlle" o "rachenèlla"], "chirrecàrra"
[o "chirre chirre" ], "rachenóne", " calascióne",
ecc.).
In conclusione, questo nuovo libro di Giovanni Mascia si aggiunge alla
ormai voluminosa letteratura che negli ultimi anni ha riportato alla luce
gli aspetti più significativi del folclore e delle tradizioni del
Molise. Per la robustezza scientifica e lo stile preciso, Le tenebre nel
Molise si colloca tra le opere fondamentali nel suo genere, e sarà
sicuro punto di riferimento per i futuri studiosi dei riti religiosi nelle
terre del Molise, ed oltre.
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