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Pensiamo al
mondo latino e ai suoi rapporti con il mondo greco, dall'assunzione di
forme letterarie e linguistiche già sperimentate e codificate dal
mondo greco alla vera e propria contaminatio, ovvero la riproposizione
in latino di opere greche attraverso riassemblaggi e rimescolamenti.
Oppure ripensiamo al fenomeno della traslatio studiorum dal mondo greco
- latino al mondo medievale, di cui parla il Curtius, che vede nascere
il concetto d'Europa proprio nelle sintesi culturali del mondo mediolatino
(cfr, Ernst Robert Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino, La
Nuova Italia, a cura di Roberto Antonelli, 1992 ).
In tempi più recenti, si possono analizzare i casi di scrittori
emigrati in altri paesi, che elaborano esempi particolarmente significativi
di scrittura, lasciando segni di innovazione nella lingua di arrivo.
E' il caso di Conrad che analizza Said (in Imperialismo e cultura).
Significativo è anche il caso Nabokov : Nabokov governa il linguaggio
con estrema precisione, controllo e capacità di seduzione. E Nabokov
stesso suggerisce di considerare il romanzo come metafora della sua appassionata
storia d'amore di scrittore, di lingua madre russa, per la lingua inglese,
anzi americana. "In Lolita, la metafora dell'assoluta inafferrabilità
del linguaggio" si viene precisando come riflesso, tutto relativo
e personale del rapporto ambiguo tra uno scrittore europeo e la lingua
americana" afferma Luca Ronconi, che questo dramma bene rappresenta
sulla scena con lo sdoppiamento di due Lolite: l'una, giovanissima che
parla in americano e l'altra, più matura, che parla in italiano
e che sostituisce l'altra nell'ultima scena. Nabokov stesso definisce
la "sua tragedia privata" il fatto di aver dovuto abbandonare
la lingua russa "così ricca, così libera, così
infinitamente docile" per una "marca d'inglese di seconda qualità":
lo scrittore è sedotto dalla ninfetta che sempre gli si nega, è
affascinato ma sente di non poterla possedere; " nello stesso tempo
è perseguitato da una fastidiosa imitazione del proprio linguaggio
"materno". Al conflitto tra le due lingue corrisponde il confronto
tra due opposte culture. Il protagonista, il dottor Humbert Humbert, è
vittima dei propri lapsus, veri e propri deragliamenti linguistici, in
bilico tra le due lingue.
In queste operazioni di transcodifica vediamo la ricerca di una lingua
di comunicazione letteraria che si collega anche al problema della definizione
dell'identità personale dello scrittore e della letteratura nazionale:
è l'annosa "quistione della lingua" di cui parla Gramsci
nei Quaderni dal carcere, a proposito di una frontiera che passa all'interno
dello stesso paese, soprattutto se questo paese ha abbattuto assai tardivamente
le proprie frontiere storico - amministrative (1860-1870). In tal senso
particolarissimo è il caso dell'Italia.
Dalle sue origini la letteratura italiana presenta casi ripetuti di traduzione
linguistica dai dialetti ad una lingua unitaria che si è venuta
costruendo, più o meno artificialmente, nei secoli.
Valgano soltanto due esempi:
· Manzoni, di lingua madre milanese/francese, si fa migrante e
"va a sciacquare i suoi panni in Arno" per approdare a una lingua
letteraria sulla base del fiorentino parlato dalle persone colte del suo
tempo, che diventa il modello linguistico di italiano letterario per tanto
tempo.
· Svevo, di lingua madre triestino/tedesco, migra anche lui a Firenze
e regala all'Italia la lingua oltre che la struttura del nuovo romanzo
del '900.
Il plurilinguismo e i diversi punti di partenza letterari, non sono stati
dunque un impedimento alla creazione di una letteratura nazionale. Ricordiamo
a tal proposito che Pasolini (in Empirismo eretico), piuttosto che gli
svantaggi della frammentazione, mette in risalto la ricchezza che le diversità
culturali e linguistiche sono in grado di rendere in termini di espressività,
oltre la semplice funzione comunicativa.
1.2 Unificazione linguistica e appiattimento delle differenze
La koiné linguistica unitaria assunta attraverso canali diversi
di unificazione linguistica si trasforma, negli anni Sessanta, in una
forma di "colonializzazione" culturale dove l'universo televisivo
con i suoi codici centrati sui beni di consumo e sulla lingua della televisione,
uccide le differenze e le peculiarità (cfr. Scritti corsari). Gli
strumenti del comunicare di M. Mach Luhan, a questo proposito, condensano
nella metafora del "villaggio globale"una delle analisi più
precoci ed acute della civiltà postmoderna. Giorgio Baratta, nella
sua postfazione al testo di Said, ricorda come il "solipsismo televisivo
di massa rischia di oscurare le potenzialità democratiche dei moderni
mezzi di comunicazione" riportando il mondo più come immagine
che come realtà. La scuola di Francoforte aveva messo al centro
delle sue riflessioni il dominio dell'industria culturale, certo non solo
sul piccolo schermo.
Il fatto che tra trenta o cinquant'anni non ci saranno più di seimila
lingue (rispetto alle dodicimila che attualmente si parlano nel mondo,
non rappresenta un impoverimento spaventoso dell'immaginario (Gaston Miron
crf. Glissant, p. 45).
E' evidente che l'imperialismo militare, economico, culturale dell'occidente
abbia lasciato un'eredità incancellabile sull'intera storia dell'umanità.
Questo problema è messo a fuoco in tutto il suo peso da Said nel
testo Cultura e imperialismo, che raccoglie le conferenze e i seminari
universitari tenuti in diverse città del mondo tra il 1985 e il
1986. Per questo critico nomade palestinese il viaggio è parte
costitutiva della sua biografia, conoscendo egli su stesso chi siano gli
esuli, i nomadi, i migranti. Il cosmopolitismo di Said appare costruito
su una pluralità espressa in termini di tensione "contrappuntistica",
nel rispetto di ogni singolarità, nell'aspirazione ad una "varietas"
sul modello dell'umanesimo leonardesco, come uno stesso raggio luminoso
che "passa per prismi diversi e dà rifrazioni di luce diverse.
". La coscienza profonda dei guasti prodotti da secoli di dominio
incontrastato di centralità occidentale è presente e vigile;
accanto alla lucidità della denuncia essa attua una elaborazione
costruttiva sviluppando incontri con l'altro nel rispetto profondo delle
differenze reciproche, sull'esempio di Glissant.
1.3 La traduzione come strumento di educazione interculturale
Un rilievo particolare può essere assunto nell'approccio che proponiamo,
dalla traduzione, intesa come atto "democratico"di transcodificazione
o di passaggio da una lingua all'altra, da un codice all'altro (es. oralità/scrittura,
letteratura/arti figurative o visive...), dal dialetto alla lingua nazionale,
ecc. Facciamo nostro l'assunto di Lotman, quando afferma che le culture
si "immaginano " e si definiscono reciprocamente"; diamo
rilievo all'affermazione di Gnisci "Ogni testo possiede in sé
le infinite potenzialità di tutte le traduzioni possibili in ogni
lingua e in ogni epoca".(Gnisci, ibidem).
In tal senso ci sentiamo di condividere l'"ottimismo" circa
la possibilità di tradurre, che tiene conto certamente di un certo
grado di "arbitrio" insito nella traduzione stessa: esso deriva,
del resto, dall'alto grado di polisemia dei testi letterari, che "provoca
anche all'interno dello stesso contesto culturale interpretazioni lontane
dalle intenzioni dell'autore". Lotman sostiene la necessità
di non "demistificare" tali processi. Anche dove peculiarità
e originalità di un sistema letterario vengono fraintese, il contatto
tra due culture fa crescere entrambe, in termini di complessità
comunicativa. Se la polisemia e le "disletture (misreading)"
potrebbero portare all'intraducibilità, in realtà le "disletture"
risultano " inevitabili ma benefiche".
D'altro canto siamo consapevoli che non sempre la traduzione è
o è stata esercitata nell'ottica del rispetto interculturale. Proprio
per questo alcune posizioni della cosiddetta letteratura postcoloniale
si pongono su un piano di totale relativismo sostenendo, di fatto, l'impossibilità
della traduzione "per assoluta diversità e incomparabiltà
delle culture tra loro". La sfiducia è relativa alla consapevolezza
della presenza, nell'operazione di traduzione, del colonizzatore che stravolge
i valori intimi e i riferimenti culturali profondi della cultura dominata,
di cui riporta la "sua" traduzione. Pur nella consapevolezza
di questa realtà, articolate sono le risposte di altri studiosi
che hanno un approccio comparatista alla letteratura.
Condividiamo la riflessione di Venturi su una "traduzione che non
"addomestichi" il testo straniero, rendendolo conforme ai valori
della cultura che lo traduce". Venturi propone a questo proposito
una "traduzione "estraniante, che rimanga portatrice di una
differenza, di una alterità dichiarata e manifesta. ( Gnisci, ibidem).
Un rischio evidente è che "sostenendo l'unicità della
propria cultura si finisce per isolarla". Si apre la possibiltà
di un territorio di frontiera come zona dell'"apporto" reciproco
che arricchisce entrambe le culture che vengono a contatto. La comparatista
cinese Yue Daiyun rileva che se una cultura non può essere tradotta
essa in qualche modo si chiude alla conoscenza: le due culture che dovrebbero
entrare in contatto si sclerotizzano e non inventano una sintesi possibile,
serrandosi nelle inconoscibiltà reciproche. Naturalmente Yue Daiyun
sa che se le culture dominate incontrano le culture occidentali da subalterne
non è possibile alcuno scambio ala pari. Se invece "si approfondiscono
i silenzi nelle produzioni culturali dei subalterni si capisce che ci
sono sempre dei segni, magari non ascoltati, della volontà dei
subalterni di parlare, esprimere la loro voce di dissenso". Il rapporto
nuovo da costruire è dunque nella pari dignità, nell'uguaglianza
" con gli uomini che si decolonializzano dall'Europa. La cultura
A, entrando in contatto con la cultura B, vi apporta elementi del proprio
modo di pensare , del proprio campo culturale che si rifrangono negli
studi e nelle affermazioni dell'altra cultura, modificandoli. (Gnisci
- p. 205).
2 Lingua e intercultura
2.1 Le modalità dell'apprendimento della lingua del paese accogliente
Quali difficoltà incontra chi arriva in Italia senza conoscere
la lingua nell'accingersi ad apprenderla? Le gradazioni di complessità
sono differenti a seconda della provenienza geografica, del ceppo linguistico
d'origine, del grado d'istruzione, della conoscenza o meno di altre lingue.
Alberto Sobrero fa notare che "Mettendo a confronto da un lato le
maggiori lingue europee, dall'altro famiglie linguistiche da queste assai
lontane per origine e struttura, le prime rivelano chiaramente un'aria
di famiglia" poiché, condividendo tra loro le caratteristiche
fondamentali, formano una "koinè". Risulta più
difficile l'apprendimento per chi giunge da territori linguistici assai
lontani e diversi. Ad esempio Whorf sottolinea che la "differenza
basica tra nome e verbo non è valida in hopi dove - - "onda",
"fuoco", "lampo" sono verbi come ogni evento rapido
e di breve durata". (Sobrero - Ramat, p. 3). La differenza delle
strutture profonde del linguaggio crea ostacoli sensibili profondi nell'apprendimento
del lessico, delle forme sintattiche di base e nell'acquisizione complessiva
della nuova lingua.
Maggiori difficoltà si riscontano in base alle molteplicità
delle differenze: ad esempio, per lingue come il cinese che presentano
caratteristiche isolanti, con scarsa modificazione delle parole, l'acquisizione
dell'italiano, con alto grado di morfologizzazione, non è facile.
I cinesi, nella segnalazione di relazioni temporali di tempo passato,
danno particolare rilievo al ruolo del contesto e degli elementi avverbiali.
Analogamente, in una lingua come il talog (Filippine) la frase è
centrata sul termine che nella comunicazione s'intende porre in risalto,
mentre nel nostro ceppo linguistico i singoli elementi sono basati sul
ruolo sintattico che essi svolgono nella frase; osserviamo anche che tra
gli europeismi, erroneamente chiamati "universali", tutte le
lingue distinguono singolare e plurale. (Paolo Ramat: L'italiano lingua
d'Europa, in A:A: Sobrero, Introduzione all'italiano contemporaneo, Laterza,
Bari, 1993, vol. I
Nel processo di apprendimento bisogna certamente distinguere la percezione
soggettiva dell'apprendente osservata dalla psicolinguistica. Fenomeni
di transfer agiscono sull'acquisizione della L2: è naturale affidarsi
a proprie preconoscenze che possono facilitare il compito dell'apprendimento,
utilizzando ipotesi e schemi mentali e strutturali della L1. Ad esempio,
la successione delle parole nella frase, che riflette uno schema mentale
(e che è dunque anche acquisizione di uno schema mentale), fa senz'altro
avvertire il proprio peso: nota a tal proposito, la posizione degli aggettivi
prima o dopo il nome. Inoltre esistono interferenze anche nella diversa
articolazione dei campi semantici: la distinzione o meno dei perché
causali o finali possono favorire o sfavorire l'acquisizione della L2
(cfr. A. Giacalone Ramat, ibidem p. 365).
Importante, dunque, appare la mediazione didattica per abbattere gli ostacoli
di fondo nell'acquisizione della lingua del paese accogliente.
Gli apprendimenti guidati di lingua che si basano su conversazioni in
situazione e non su esercizi scolastici osservano e studiano meccanismi
di apprendimento spontanei. La pragmatic mode ovvero le necessità
concrete della comunicazione precedono la syntactic mode, come l'informazione
data, le preconoscenze, precedono l'informazione nuova. La sequenza di
acquisizione, l'ordine delle parole è auspicabile che segua anch'essa
fattori psicolinguistici e cognitivi.
In quali forme il migrante apprende la lingua del paese che lo accoglie?
E' necessario, per studiare il fenomeno, "riportare il processo linguistico
all'interno, alla mente del parlante. A Chomsky, in particolare, va il
merito di aver sottolineato l'assoluta inscindibiltà della relazione
pensiero - linguaggio, affermando in modo quasi provocatorio che la linguistica
non è che una branca della psicologia. In realtà in Syntactic
Structures C. sottolinea come l'intenzione linguistica ci dà la
comprensione del messaggio e come l'informazione riguardante gli argomenti
trattati dalla frase o dal testo fosse in qualche modo già contenuta
nell'informazione che il soggetto possedeva nella sua testa prima e indipendentemente
dalla ricezione del "segnale".
Osserviamo ancora come si manifestano le modalità dell'apprendimento
pragmatico a livello lessicale: Le prime acquisizioni risultano essere
"le interiezioni che sottolineano l'emotiva identificazione con gli
elementi più istintivi della nuova lingua. I prestiti dei nomi,
inoltre, si riferiscono in particolare a quelli "di più diretto
valore denotativo che riguardano l'organizzazione sociale del paese ospitante,
il lavoro, l'ordinamento scolastico, l'abitazione, l'alimentazione, i
negozi, le malattie, ecc. (p. 434)". Vi sono poi alcuni prestiti
che vengono assunti ibridamente in parole nuove quando "le parole
vecchie più comuni vengono percepite incongrue con l'esperienza
nuova. (Bettoni, L'italiano fuori d'Italia in Sobrero, Introduzione all'italiano
contemporaneo , vol. II).
2.2 Linguaggio
e identità
Anna Giacalone Ramat studiando i caratteri dell'italiano degli stranieri
sostiene che è importante evidenziare il legame tra sociolinguistica
e apprendimento, soffermarsi cioè sulle implicazioni socio-culturali
e pedagogiche dei problemi linguistici. Utile un approccio compartivo
nei processi di acquisizione delle lingue straniere. La lingua è
infatti parte essenziale nei processi di formazione di un'identità
sociale e culturale.
L'acquisizione della lingua risente anche della struttura familiare: se
la struttura interna è autoritaria, o riservata, come nella famiglia
cinese, dove il controllo esercitato verso i suoi membri tende a configurare
la famiglia come comunità chiusa, le acquisizioni saranno quelle
di base e non tenderanno a progredire nel tempo.
La motivazione ad apprendere è importante anche per quanto riguarda
i progressi successivi: se il livello di lingua raggiunto è soggettivamente
avvertito come sufficiente, vengono a mancare gli stimoli a migliorare.
Gli apprendenti più giovani, e tra questi i bambini, sono viceversa
favoriti per evidenti motivi: sentono in maniera più spiccata il
bisogno di uniformarsi all'ambiente linguistico che li circonda.
Altre differenze nell'acquisizione della lingua si individuano a livello
socio-psicologico e cognitivo, oltre che personale: attitudine, minore
o maggiore ansietà, estroversione, motivazione ad apprendere nuovo
linguaggio. Gioca un ruolo importante il contatto con i parlanti nativi
nel tempo libero attraverso amicizie, rapporti di vicinato, lettura, fruizione
di programmi televisivi, pubblicità , ecc....).
Un rischio da non sottovalutare mano a mano che si avanza nell'apprendimento
della lingua del paese accogliente sta nella svalutazione o addirittura
nella perdita della propria cultura e lingua, soprattutto da parte dei
più giovani. Si gioca il rischio di una doppia marginalizzazione:
l'esclusione nel nuovo paese e la percezione della propria cultura d'origine
come inferiore o inadatta al nuovo ambiente.
Un modello positivo che ha favorito lo scambio piuttosto che l'esclusione
è costituito dall'Australia che ha saputo praticare una politica
multiculturale.
L'identità si costruisce mantenendo saldo un ponte tra la cultura
e la lingua d'origine e la cultura e la lingua d'arrivo.
In realtà l'atto di traduzione che fa lo straniero riportando l'universo
dei suoi bisogni, della sua cultura, del suo immaginario nel linguaggio
del paese ospitante è lo stesso che compie colui che prova ad accostarsi
alla cultura dello straniero: entrambi si troveranno di fronte al fatto
che "è impossibile assumere nella sua interezza una cultura
originaria", ma è necessario 'creolizzare' e nella consapevolezza
della differenza avviare contaminazioni reciproche.
Gli anni Settanta hanno portato una notevole apertura anche sul versante
delle problematiche educative, mettendo in risalto le reciprocità
tra le culture e la necessità del mantenimento della lingua di
provenienza accanto a quella del paese accogliente per uno sviluppo armonico
delle possibilità espressive. E' stato infatti sottolineato come
il livello di competenza raggiunto in una lingua seconda sia una funzione
di quello raggiunto nella lingua prima. Il bilinguismo degli immigrati
è stata paragonato, con espressiva metafora, a "due piante
che crescono dalle stesse radici: se ne viene strappata una l'altra non
può più crescere (...) (Commins 1979 - pp. 451-452). (Bettoni,
ibidem).
I termini di reciprocità sono fondamentali per interpretare i più
diversi aspetti dei fenomeni linguistici : nella costruzione sintattica,
ad esempio, è imprescindibile partire da regole fisse, ma la straordinaria
plasticità del linguaggio consente quella che Chomsky definisce
l'infinita possibilità combinatoria del parlante, sottolineandone
la creatività individuale, non certo in termini puramente idealistici.
La lingua non deve in ogni caso essere vista in modo meccanicista, la
sua peculiarità sta invece nella possibilità di applicare
in modo sempre nuovo le regole, e nel cambiarle.
(Giovanni Nencioni: Lingua e linguistica in Cesare Segre, Intorno alla
linguistica, Feltrinelli, Milano, 198 (pp.11-46)
2.3 Incidenza della nuova letteratura sulla trasformazione della lingua
d'uso del paese accogliente
L'operazione che fa lo scrittore straniero appena arriva nel paese accogliente
e ancora non possiede la lingua, è di traduzione da L1 (lingua
materna) a L2 (lingua appresa).
Quanto più si allarga la comunità che parla una lingua,
tanto più ne diventa tollerante la codificazione. (v. sistema dei
pronomi, uso del congiuntivo).
Ma questo non sempre accade: è interessante rilevare l' operazione
"mimetica" attuata sulla Lingua2 da parte del migrante adulto
che se ne appropria. Molti, infatti, sono gli scrittori di origine straniera
che apprendono la nuova lingua con maestria e la usano con precisione
a volte più accurata degli abitanti del luogo. Avviene una sorta
di spinta al mimetismo, una controllata adesione ai modelli canonici della
lingua con un gusto del lessico aulico e spesso desueto. Contemporaneamente
si verifica una sorta di rimozione della lingua madre e analogamente un
distanziamento dalle radici culturali originarie.
Altre volte, invece, l'operazione attuata sulla Lingua2 da parte del migrante,
in linea di massima adulto, che se ne appropria, è "ironica".
Si tratta dell'assunzione di un universo culturale che rimarca le distanze
tra i modelli. La riproduzione, volontariamente o no, segna una differenza.
Sul moderno fronte delle letterature della migrazione Babha presenta così
quella che definisce "imitazione ironica o mimicry": "l'atto
mimetico del colonizzato è essenzialmente ironico e quindi la sua
ripetizione degli atti dei colonizzatori è un momento di libertà
parodica con cui il sottoposto ottiene dei vantaggi, ma attraverso il
quale sviluppa anche la sua personalità individuale distinta da
quella originariamente espressa nell'atto parodiato.
Un esempio, sotto un'altra angolazione, è contenuto sulle forme
della riproduzione fonetica. L'assunzione del modello linguistico è
un atto essenzialmente culturale ed investe le forme articolatorie, oltre
che lessicali, sintattiche, semantiche. Nel film Train de vie il finto
gerarca delle SS istruisce i suoi compagni ebrei a parlare tedesco e dice
loro che devono destrutturare la loro pronuncia hiddish della lingua germanica,
abbandonandone l'aspetto inconsciamente canzonatorio assunto automaticamente
per riprodurre quella lingua straniera. L'attenzione è posta proprio
sulla funzione ironica che segna la distanza tra universi culturali.
2.4 Il linguaggio secondo Glissant ovvero "il pensiero della traccia".
Rileviamo quanto significativo sia il contributo di Glissant nell'individuare
modalità di relazione interculturale di nuovo spessore e rilievo.
Con profondo acume egli ha saputo individuare un modo specifico di attuare
lo scambio senza appiattire i protagonisti del mutuo contatto, valorizzandone,
viceversa, le differenze.
La riflessione di Glissant assume notevole interesse anche per il particolare
osservatorio che la contraddistingue: ragioni anagrafiche lo collocano
in quel mar dei Caraibi che "si differenzia dal Mediterraneo perché
è un mare aperto, un mare che diffrange, mentre il Mediterraneo
è un mare che concentra". Le civiltà e le grandi religioni
monoteiste hanno avuto origine intorno al bacino mediterraneo. Glissant
evidenzia al riguardo la "capacità di questo mare di orientare,
anche attraverso drammi, guerre e conflitti, il pensiero dell'uomo verso
l'Uno e l'unità". Il mare dei Caraibi, viceversa, nella sua
attitudine a diffrangere, "favorisce l'emozione della diversità"
in quanto esso non è unicamente un "mare di transito e di
passaggio, ma un mare di incontri e di coinvolgimenti" [...] In tre
secoli nei Caraibi si sono incontrati elementi da luoghi e orizzonti assai
diversi, creolizzandosi, originando qualcosa di imprevisto e nuovo: la
realtà creola" (Glissant, 13). Ci piace utilzzare con il minimo
mutamento le parole del bel testo di Glissant perché la capacità
evocativa ed espressiva dell'autore rendono con maggior efficacia i significati
che egli esprime. Ed è lo stesso linguaggio che il critico antilliano
usa a testimoniare una pratica di creolizzazione che fa nascere il nuovo,
un' "imprevista" originalità. L'arte del narratore creolo
"è fatta di accumulazioni [...]con una caratteristica barocca
della frase e del periodo [...] con una circolarità del racconto
e un'instancabile ripetizione del motivo. Tutto ciò converge in
un linguaggio che corre attraverso le lingue dei Caraibi., (inglese, creolo,
spagnolo, francese). (G., 35). E altrove: "Ci si può ripetere":
la ripetizione è vista come una "forma di conoscenza del mondo
per cui si incomincia a sentire una novità al suo apparire".
(G.,p. 28). L'arte del narratore creolo appare allora "la tecnica
del detour, della deviazione, dell'opacità, della "creolizzazione
nascosta" in cui si inventano parole, ci si ripete, utilizzando "una
molteplicità di lessici e di linguaggi" (ibidem, p. 7). ).
Glissanti nelle sue opere poetiche ha "scosso, perturbato, smantellato
la lingua francese, creolizzandola. Il bisogno enunciato è quello
di "rendere opaco ed evidenziare l'originalità del creolo
rispetto al francese e l'originalità del francese rispetto al creolo"
(p. 43) ricordando che in ogni caso la creolizzazione non significa confusione.
Va sottolineato, ancora a livello linguistico e letterario, un'ulteriore
caso rappresentato da tendenze artistiche che operano una "deformazione
aggressiva, volontaria, militante all'interno di una lingua mettendone
in discussione l'unicità normativa". (ibidem, 45). Se la lingua
creola è quella i cui elementi costitutivi sono eterogenei tra
loro, non sarà chiamata creola "la superba lingua dei poeti
giamaicani della dub poentry, come Michael Smith Linton Kwesi Johnson
[...] che viene definito creolo giamaicano". In realtà l'espressione
è impropria "perché si tratta della deformazione, geniale
e aggressiva, di una lingua, la lingua inglese, operata dall'interno di
questa lingua e dai sovvertitori di questa lingua" (p. 18). La dub
poentry è una forma di poesia diffusa nei Caraibi anglofoni, che
affonda le sue origini nella cultura popolare giamaicana e nella musica
reggae; i poeti leggono i loro testi accompagnati da musica dal vivo.
Quanta parte abbia la lettura storico-politica nei fenomeni linguistici
è di seguito illustrata e ribadita con lucidità priva di
abbellimenti: "Mi sembra che possa esserci creolizzazione senza violenza,
ma se cerco esempi non ne trovo!" (p. 42). Tuttavia dalla creolizzazione
non si può prescindere nel nostro tempo, che non può più
prevedere tipologie monolinguistiche di scrittura e di espressione perché
oggi parliamo e soprattutto scriviamo "in presenza di tutte le lingue
del mondo" attraverso aperture linguistiche che attestano come la
propria lingua sia "dirottata e sovvertita" da ciò che
storicamente accade riflesso nelle lingue, attraverso "rapporti di
dominazione, di connivenza, d'assorbimento, d'oppressione, , d'erosione,
di tangenza, ecc. - come prodotto di un immenso dramma, di un'immensa
tragedia cui la mia lingua non può sottrarsi". (ibidem, p33).
La domanda che abbiamo riportato precedentemente sull'impoverimento dell'immaginario
derivante dall'assottigliamento progressivo delle circa dodicimila lingue
che attualmente si parlano nel mondo è affrontata da Glissant nella
consapevolezza della necessità di un impegno civile, politico e
militante per la conservazione delle culture e, sull'altro fronte, nel
bisogno di "entrare nelle mutazioni decisive della pluralità
riconosciuta come tale" (p. 46): l'arte, la poesia... devono contribuire
a far avvertire che "l'altro non è il nemico, che il diverso
non mi cancella, che se cambio nell'incontrarlo non significa che mi diluisco,
ecc. "(p. 46).
Il pensiero di Glissant può essere condensato nella espressiva
definizione, che egli stesso ne dà, di Pensiero della traccia.
Per chiarirne i termini bisogna richiamarsi alla sparizione delle lingue
africane in America causata dalla divisione dei prigionieri provenienti
da stesse zone, ad opera degli gli schiavisti. L'antico "migrante"
però "ricompone attraverso tracce una lingua e delle arti
che possano essere accettate da tutti: es: linguaggi creoli, musica jazz,
partendo da una traccia di ritmi africani fondamentali. [..] Il pensiero
della traccia si oppone a pensiero del sistema o ai sistemi di pensiero"
che propongono la "falsa universalità dei pensieri del sistema,
mortale". (ibidem, 15). Assai suggestive sono le implicazioni di
questo "pensiero della traccia", non dominatore e imponente,
"un non-sistema di pensiero intuitivo, fragile, ambiguo" (ibidem,
22): esso si muove nel territorio libero della "non assimilazione",
rinunciando all'"identità a radice unica che tutto uccide"
per "entrare nel sistema complesso di un'identità di relazione"
(ibidem, 21) che renda possibile, perché paritaria e feconda di
possibiltà inattese, l'apertura all'altro.
Attraverso questo "pensiero- arcipelago, non sistematico" ritorniamo
all'"Arte della traduzione": La traduzione, arte dello sfiorarsi
e dell'avvicinarsi, è pratica della traccia. (p.38).
[...] Ogni traduzione suggerisce, attraverso il passaggio, una relazione,
"il traduttore inventa un linguaggio necessario tra una lingua e
l'altra, come il poeta inventa un linguaggio nella propria lingua. Una
lingua necessaria tra una lingua e l'altra, un linguaggio comune a tutte
e due, ma in qualche modo imprevedibile rispetto a ognuna di loro. Il
linguaggio del traduttore opera come la creolizzazione e come la relazione
nel mondo , perché il suo linguaggio produce l'imprevedibile. [...]
La traduzione si presenta così come "arte dell'incrocio, del
meticciato [...], arte della vertigine e dell'erranza che ci salva (p
37) [...] Arte della fuga da una lingua all'altra, senza che la prima
si cancelli e senza che la seconda rinunci a presentarsi"[...] La
traduzione è fuga, quindi rinuncia: poesia tradotta in altra lingua
perde parte del ritmo, delle assonanze [...] ma bisogna consentirvi[...]
Questa rinuncia è, nella totalità mondo, la parte di sé
che si abbandona, in qualunque poetica, all'altro. Quando questa rinuncia
è una sintesi felice somiglia all'arte dello "sfiorarsi, al
"pensiero arcipelago", insegnando "l'incerto" (ibidem,
38).
Bibliografia
· Nabokov, Lolita sceneggiatura, traduzione di Ugo Tessitore; regia
di Luca Ronconi
· Edward W. Said, Cultura e imperialismo, Gamberetti editrice,
1998
· Gnisci, Sinopoli e altri, Introduzione alla letteratura comparata,
Bruno Mondadori1999
· Sobrero, Introduzione all'italiano contemporaneo, Laterza, Bari,
1993, 2 voll.
Segre, Intorno alla linguistica, Feltrinelli, Milano, 1983
· Gallini, Clara, Giochi pericolosi, Frammenti di un immaginario
alquanto razzista, Manifestolibri 1996
· Roberta Sangiorgi, Alessandro Ramberti, Parole oltre confini,
TerrEmerse, Fara Editore, 1999
· AAVV, Mosaici d'inchiostro, Fara Editore, 1996
· AAVV, La lingua strappata, Testimonianze e letterature migranti,
a cura di Alberto Ibba e Raffaele Taddeo, 1999, Leoncavallo Libri
· Narrativa nascente, a cura di Raffaele Taddeo e Donatella Calati,
quaderni Cres, ManiTese1994
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