Caro
G.G., da anni non ci si vede e credo che ne passeranno ancora alcuni
prima che si riesca a fare una di quelle lunghe chiaccherate alle quali
eravamo abituati. Mi mancano tanto e non trovo un modo migliore per
riempire questo vuot se non scrivendotin di ciò di cui ti vorrei
parlare.
Dell’ordine,
del caos e del rigore
Affinché si possa giungere al rigore, passando dal caos, è
imprescindibile l’ordine.
Scusa se inizio questa lettera con un paradosso sofistico, ma sono all’aereoporto
di Francoforte proveniente da Carachi e diretto a Caracas. Mi sto godendo
la nullità di questo transito alle 9 di questo lungo giorno che,
iniziato alle 4 di ieri per me finirà quando da voi saranno le
5 di domani: quarantasette ore di veglia senza assolutamente niente
da fare se non chiedermi dove e perché sto andando in un posto
abbandonandone un altro.
Qui anche nel cesso ti raggiungono annunci in tutte le lingue, la maggior
parte di quelle parlate, tranne quella che parliamo io e te che è
quella che parla della stanchezza di sentire tante cazzate. Ma ciò
che più sottolinea la nullità di questo posto è
che ho dovuto interrompere una conversazione molto stimolante con padre
Busolin, classe 1922, compagno della prima parte del viaggio, missionario
salesiano in una remota regione subimalaiana da più di cinquant’anni.
Credo che se avessi potuto continuare a parlare con lui ancora un po’
sarei stato illuminato sulle questioni sul rigore e non starei qui a
fare tutti questi giri di parole per arrivare al nocciolo della questione.
Una forma di rigore, infatti, è quella di chi accetta di essere
se stesso, accetta il cammino, non sbanda, e, pur non rinunciando al
pensiero, sosta nella meditazione, non ricorre al superfluo e non si
lascia sedurre da curiosità esagerate. Non cambia pur essendo
in costante evoluzione, giudica senza condannare, perdona ecc.
Il mio destino continua a compiersi implacabilmente: i padri mi abbandonano
appena vengono da me riconosciuti.
Ed è questo il momento in cui, non si sa come, capisci perfettamente
un annuncio in russo, che ti raggiunge in cesso quando non hai ancora
finito di chiuderti la cerniera dopo una bella pisciata: l’illuminazione
arriva comunque, malgrado le interferenze dei neon. Capisci immediatamente
che il rigore non è altro se non la condizione alla quale pervieni
quando ti confronti con un ordine prestabilito, qualsiasi esso sia,
dopo averlo stravolto, anche solo nella tua mente, dopo aver vissuto
nel caos delle incertezze in cui la sovversione, anche se solo mentale,
ti ha sommerso e dopo aver transitato il mondo senza regole e senza
patria. Il rigore sarebbe, visto da questo punto di vista, una forma
superiore di organizzazione della propria percezione del mondo materiale
e spirituale e delle relazioni che con essi mondi si mantengono.
Qual’è
il colore della luce? >
Come si può essere ordinati vivendo caoticamente? >>
Dove conduce la vita piena? >>>