Era notte fonda. Da ore una goccia che cadeva da qualche parte mi teneva sveglia, quel suono penetrante era un ritmo di morte e di solitudine. La notte era vuota e solo la goccia mi acompagnava nella mia insonnia. Veramente vuota quella notte anche per Marta: a tenerle compagnia solo quella catena di goccie che riempiva la sua notte, piena di niente e sempre di nessuno. Proprio come lei che era asciutta eppur prigioniera di un mondo in cui le acque le sono ceppi alle caviglie. Marta Lasola è una donna che abita sopra la mia testa, al sedicesimo piano. Da troppo tempo tutta la sua famiglia l’ha abbandonata per farsi una vita nuova senza di lei. Ricordo bene come successe tutto: il marito, furente, prese i loro bambini e tutti insieme se ne andarono via. «Non
ti credo Marta!» Marco si
caricò a cavalluccio sul collo Stefano, il più piccino,
Martina, la primogenita, che corse nella sua cameretta a prendere la
valigina di cartone che da sempre teneva pronta per quel momento, si
aggrappò alla gamba del pantalone di Marco chiedendogli decisa:
«Quando ce ne andiamo?» L’abbandono di Marco, però, non sarebbe stato solo fonte di dolore ma avrebbe segnato anche l’inizio di una nuova epoca nella vita di Marta: quella dell’acqua. Le lacrime inondarono tutta la stanza, tanto che il sale si accumulava sotto la porta principale, facendo un piccolo argine che non lasciava uscire il liquido. Passava i suoi giorni con le porte e le finestre chiuse, e cosí si accumulava caldo e umidità. L’acqua delle sue lacrime evaporava, ma ciò nonostante il livello delle acque poco a poco aveva raggiunto le sue caviglie e non scendeva acora: una pioggia sottile cadeva dal suo soffitto che manteneva uno strato di piccole nubi nere. Non so che ora sia, ma è notte fonda. La goccia mi tiene sveglia marcando il ritmo della solitudine. Tutto è vuoto e solo la goccia fa compagnia alla mia insonnia: le caviglie di Marta sono ancora imprigionate da quella catena di goccie che la riempiono di niente e sempre di nessuno.
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