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Ancore perse, versi fatti a mano
di Valentino Pozzo

Ho toccato le ventun stampe che materializzano l'abbecedario di Baldi. Sono solidamente impresse su pesante e vellutata carta Fabriano. Parole scolpite, sculture poetiche, le matrici puzzano ancora di nafta e sono indelebilmente tinte di'inchiostro color terra. Sì, si nota che è poesia fatta a mano.
Fare poesia. Mi sono chiesto spesso che cosa significasse. Credo di avere ora una risposta in più. Le mani, infatti, sono sempre implicate nel processo di creazione poetica, se non altro per il fatto che reggono la penna o premono i tasti. Non sono molti i poeti, però, che hanno elevato la propria manualità dispiegata sul banco di lavoro in complementare forza generatrice di poesia. Nel nostro caso il rapporto si ribalta e il tempo dell'incisione -dato che qui la scrittura è affidata a delle affilatissime sgorbie- è infinitamente superiore a quello dell'ideazione fulminea del materiale poetico. I versi che vengono intrecciati in ogni stampa sono esili, umili, minimali. Eppure riempiono laboriosamente, mai faticosamente, uno spazio totale in cui viene evocato il fondo degli oceani, la precaria linea di galleggiamento, la risalita dei fiumi, la cima delle montagne, sole, luna e stelle. Tutto. Tutto regolato da un tempo implacabile, anche se quasi immobilizzato dalla contemplazione di ciò che si sente presente in quelle lettere tutte diverse, caotiche e dense, laddove il piccolo formato -9 centimetri per 12- implica una laboriosa ricerca di relazioni tra segni vuoti.

Il piacere della contemplazione induce a tentare il piacere della critica. Forse a ragione la critica è spesso accusata di complicità con il mercato, di non formare ed educare il pubblico al godimento consapevole e soprattutto di non dialogare con l'opera e molto meno con l'artista. Una delle ragioni che giustificano queste accuse credo che sia da cercarsi nel fatto che è difficile che da un'opera emani una vibrazione che coinvolga chi la osseeva. Nella maggior parte dei casi si avverte l'idea, il tempo, il lavoro dell'artista, la coerenza tra il risultato cercato e quello ottenuto e tutto ciò determina una critica positiva, ma fatta da fuori. Troppo spesso l'opera d'arte seduce il fruitore, si lascia toccare, giura che quello è tutto, che non c'è niente da capire. Non ti ha permesso di penetrarla, ti ha escluso, è riuscita a nascondere il suo vuoto. Qui no. Le poromesse sono mantenute: guardi e ti senti dentro. Ti viene voglia di accettare la sfida della comprensione. gli indizi sono troppi: materia, contenuto messo in forma. C'è molto da capire, molto di più di qunto la superfice offre. Ecco che viene spontaneo ricorre alla critica, quella che si fa arte ed accompagna l'artista nella creazione ed il contemplante nel godimento; quella che si fa dialogo sommesso e suggestivo ed idica le vie del piacere estetico.

La poesia circola dalle matrici alle stampe e percepire la circolazione di questa energia dà una piacevolissima fibrilazione, che è sottile e vivificante eccitazione.

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